Viterbo – “La pace di Trump è fragile. Continueranno per altre quattro generazioni dopo quello che si sono fatti. Ma io non uso la parola genocidio. Usare certe parole significa svalutarle. Sono crimini di guerra, non è un genocidio”. Ieri pomeriggio, Toni Capuozzo è stato ospite dell’ultimo appuntamento per la quinta edizione del festival della parola e del pensiero “I pirati della Bellezza”. Medioriente e non solo, nel seguitissimo appuntamento, con le due sale a disposizione al completo.
Toni Capuozzo ai Pirati della Bellezza
Il saluto in apertura da parte del giornalista Daniele Camilli, di Capuozzo e di tutto il pubblico presente all’auditorium di Unindustria è andato, insieme ad un bell’applauso, al direttore del festival e di Tusciaweb Carlo Galeotti, assente per problemi di salute.
Toni Capuozzo ai Pirati della Bellezza
Lo storico inviato ha dialogato con Camilli partendo dal suo ultimo libro, Vite di confine, che racconta le persone, i luoghi e i fatti che hanno caratterizzato la zona di confine di Gorizia, a partire da due personaggi importanti legati a quel territorio: Basaglia che abolì i manicomi, e Isaia Ascoli che tanto si adoperò affinché esistesse la lingua italiana, sancita per decreto nel 1861.
Toni Capuozzo nella redazione di Tusciaweb
“Io ho avuto un padre napoletano e una madre triestina – racconta Capuozzo – pur essendo entrambe città di mare, le differenze erano abissali. Mio padre diceva che Napoli era la città più bella del mondo. Mia madre rivendicava che fosse Trieste. Entrambi, però, erano d’accordo su una cosa: che Udine, dove vivevamo, era una città di merda, perché era piccola e noiosa. Io sono cresciuto con la voglia di andare oltre i confini”.
Capuozzo ha lavorato come inviato nei principali teatri di guerra del mondo. E alla luce di quello che sta accadendo nel mondo,ha espresso una certezza maturata sul campo: “I confini possono essere una benedizione e una maledizione: dipende sempre dall’uomo. Nella mia esperienza di inviato ho imparato che le guerre non migliorano il mondo”.
Capuozzo spazia dai ricordi della sua infanzia all’attualità, fino a pensare al futuro.
“Mi chiedo come sarà l’Italia nel 2050? Anche se io non la vedrò. Bisogna avere la capacità di pensare al futuro: è una grande sfida. Alla mia età hai delle preoccupazioni più disinteressate. Faccio gli auguri a Galeotti, perché quando si è grandi bisogna pensare alla salute, che è la cosa più importante. Con i pochi amici che mi porto fin da ragazzo a volte ci scherziamo, perché una volta parlavamo di ragazze, adesso parliamo di prostata”.
Non si nega Capuozzo, regala al pubblico i suoi ricordi, offrendo il suo pensiero libero e tanti spunti di riflessione.
“Mio papà era bambino nella prima guerra mondiale e adulto nella seconda. Ho visto e vissuto un mondo che sembrava in discesa: l’invenzione dello scaldabagno, il tostapane, il frullatore. Siamo stati viziati da un mondo che sembrava così. Quando uno è sazio non capisce quello che tiene fame. Avevamo Giovanni XXIII, Krusciov e Kennedy. Siamo cresciuti convinti che la gente fosse tutta uguale a noi. Abbiamo pensato di esportare la democrazia con gli aerei”.
Un passaggio sulla pace a Gaza. “La pace di Trump è fragile, certo. Continueranno per altre quattro generazioni dopo quello che si sono fatti. Ma io non uso la parola genocidio. Usare certe parole significa svalutarle. Sono crimini di guerra, non è un genocidio.
La gente non legge più. Non approfondisce più. In quella terra c’è uno scontro di religioni, tra ebraismo e islamismo. Occhio per occhio è scritto nella Bibbia. Lì invece funziona così: tu mi hai fatto questo, io ti faccio il doppio. Per quelle due religioni la parola perdono non esiste. Il riconoscimento dello stato palestinese non è un atto formale: se io alla mia nipotina di 6 anni do la patente, comunque non sa guidare”.
È un uomo libero Capuozzo, nel pensiero e nell’azione. E questa sua libertà è la sua conquista più bella, insieme al diritto di avere dubbi.
“Io sono libero, non devo fare nessuna carriera. Non devo niente nè al governo, nè a Israele, nè a nessuno. E dico quello che penso, in un tempo in cui si parla per bandiere ideologiche. Un giornalista deve andare sul campo. Nei posti vanno consumate le scarpe”.
Non c’è solo Gaza, c’è anche il conflitto Russia – Ucraina.
“Putin ha un arsenale più grande degli Stati Uniti. Anche noi in Italia, a Ghedi e ad Aviano abbiamo le bombe atomiche, di cui però non abbiamo la chiave. Lo spessore è basso dei nostri leader: c’è da mettersi le mani nei capelli”.
Giornalista sul campo, in parti del mondo martoriate dai conflitti. Dalla guerra ha preso un insegnamento.
“A essere umile. La guerra è un forte promemoria per capire quanto siamo fortunati. I nostri padri ci hanno lasciato in eredità un paese in cui i vecchi di oggi non hanno vissuto una guerra. Non esistono buoni e cattivi. Il mondo negli anni ‘50 si divertiva. Era gente che conosceva la bellezza di non essere bombardata, di non sentire gli spari. La vita è una giostra. Fare i tifosi nelle guerre è incauto. Ho seguito le guerre con dolore ma senza tifare per nessuno. Patria viene da padre. Adesso pensando a mio padre non penso all’uomo che mi dava gli schiaffi, penso alla fragilità di quando era anziano. Devi volergli bene al tuo paese come un vecchio padre”.
Una voce che arriva dritta, schietta e sincera nelle due sale colme, disponibili per seguire l’incontro.
“Da giovane ho fatto le cazzate anch’io. È consolante avere sempre le stesse idee, è confortante così come avere la fede. Il dubbio invece è intelligenza. Non mi invitano più in televisione. Non piaccio alla sinistra, alla destra, faccio scontenti tutti quanti. Il dubbio, l’intelligenza, sono segno di voler capire il mondo e purtroppo non vanno più di moda”.
L’ultimo incontro della quinta edizione del festival si chiude con la consegna a Capuozzo del Pinocchio disegnato dalla giovane e bravissima Chiara Narduzzi, con foto e autografi di rito.
Irene Temperini

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