Viterbo – (sil.co.) – “Ho perso un anno della mia vita”. A dirlo dopo la sentenza un imputato viterbese di neanche 30 anni, che ieri è stato assolto dall’accusa di avere aggredito e far prostituire la ex, dopo sei mesi in carcere e due mesi agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico. È stato assolto grazie alla ex, che ha ritrattato tutte le accuse. Lo scorso 8 dicembre davanti ai carabinieri di Torino e ieri in aula davanti al collegio presieduto dal giudice Jacopo Rocchi. “Chi mi ridarà ora il tempo perduto? Gli amici che mi hanno voltato le spalle? Sono stato 25 giorni in isolamento e poi sei mesi in cella senza il mio gatto”, ha proseguito parlando di getto. Un fiume in piena.
Squillo
Parte offesa una 26enne, presunta vittima di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione da parte del compagno che all’alba dello scorso 6 settembre l’avrebbe aggredita per strada, nei pressi di un supermercato del Barco, richiamando l’attenzione di un passante che l’ha soccorsa facendola salire in macchina e chiamando le forze dell’ordine.
Imputato un quasi 30enne, difeso dall’avvocato Valeria Vincenzoni, e denunciato il giorno stesso in questura dalla donna, che ha poi reso ulteriori dichiarazioni a carico dell’uomo il 27 settembre, il 2 ottobre e il 14 novembre, venendo una volta anche video-audio-registrata.
“Ero sotto l’effetto di cocaina e eroina, non ero in grado di capire, ora vado al Sert. Non mi ha mai toccata, non mi ha mai fatto niente. Io non l’ho querelato, la denuncia è scattata d’ufficio. Tra noi c’era stata semplicemente una discussione”, ha riferito ieri la 26enne, ammettendo di avere contattato anche la madre e di avere scritto delle lettere a lui dopo la denuncia.
I successivi accertamenti sui telefoni della coppia hanno fatto emergere il presunto sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Agli atti del processo otto screenshot da cui risulta palese l’attività svolta dalla donna che, su un sito di incontri, pubblicizzava incontri sessuali a pagamento.
“Lui, spacciandosi per lei con i ‘clienti’, rispondeva ai messaggi e le fissava appuntamenti”, ha spiegato la poliziotta della questura che ha esaminato i dispositivi, sui quali sono apparsi una marea di “contatti terzi”. Che la donna si prostituisse risulterebbe chiaro dalla messaggistica a sfondo sessuale. Nonché da vocali inviati dalla stessa e da chat tra loro in cui parlano di incontri con terze persone. La parte offesa sarebbe apparsa “molto stanca, molto provata e intenzionata a dire basta”, “non spaventata da lui, ma esausta”. Ieri lo ha fatto assolvere.
– Coppia litiga per strada, lui finisce a processo per sfruttamento della prostituzione
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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