Viterbo – (sil.co.) – Difende il marito accusato di farla prostituire: “Eravamo d’accordo”. Presunta vittima una 43enne d’origine romena, che ha denunciato il compagno il 27 maggio 2025 dopo sette anni di convivenza. L’uomo l’avrebbe minacciata di morte: “Ti ammazzo come un cane, ti taglio la testa, ti faccio a pezzi”.
Squillo
“Avevamo litigato – ha detto al pm Massimiliano Siddi che l’ha interrogata davanti al collegio – io volevo andarmene con nostro figlio, volevo dargli una lezione e entrare in una casa protetta, ma le liti erano reciproche”. L’imputato è difeso dall’avvocato Silvia Tafani,. La donna, che ha rimesso la querela, è assistita dalla legale Monica Fortuna.
Alla domanda se il marito la obbligasse a fare la prostituta, ha negato. “Lui mi ha detto di prostituirmi per avere più soldi, ma lo abbiamo deciso insieme quando siamo venuti in Italia. Guadagnavo 1500 euro ogni quindici giorni. Erano per comprarci casa in Romania e tornare nel nostro paese. Inoltre servivano per pagare chi accudiva l’altra figlia che era rimasta in patria e una piccola parte l’abbiamo utilizzata per ristrutturare un’abitazione di mio marito, sempre in Romania”.
“I soldi erano di entrambi – ha ribadito la 43enne – mandavano i pacchi ai genitori, mantenevo mia figlia, li mettevamo da parte pr il nostro futuro. Ho smesso di prosituirmi quando sono rimasta incinta di nostro figlio”.
Il processo riprenderà a gennaio.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva.
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