Viterbo – (sil.co.) – Sarà giudicato col rito abbreviato il padre cinquantenne alla sbarra con l’accusa di avere abusato della propria stessa figlia, costringendola ad avere rapporti completi per quattro anni. Discussione e sentenza sono previsti entro l’estate.
Minori – Foto di repertorio
Vittima del padre una bambina che, secondo l’accusa, sarebbe stata costretta ad avere rapporti completi per quattro anni quando, all’epoca, aveva tra i 5 e i 9 anni di età. Inoltre, l’imputato sarebbe già stato denunciato e condannato per condotte analoghe ai danni di un’altra bambina, appartenente alla cerchia familiare.
I fatti sarebbero avvenuti tra il 2014 e il 2018. Imputato di violenza sessuale pluriaggravata un italiano residente in un centro della provincia, che sarà giudicato col rito abbreviato, chiesto dal difensore Domenico Gorziglia, davanti al giudice per le indagini preliminari Daniela Rispoli.
La figlia, in seguito alla denuncia, è stata allontanata e attualmente vive in casa famiglia. Oggi ha diciassette anni ed è tuttora assistita dal centro antiviolenza Demetra, gestito dall’aps Ponte Donna, che ha accolto la giovane in collaborazione con i servizi sociali del distretto socio sanitario Vt4 con i quali collabora, fornendole ascolto, sostegno e consulenza legale specializzata. Per lei si è costituita ieri parte civile l’avvocato Dominga Martines.
Parte civile, oltre alla vittima, anche l’associazione nazionale antipedofilia “La Caramella Buona”, presieduta da Roberto Mirabile e rappresentata in giudizio dall’avvocato Sara Polito.
“L’organizzazione è attiva dal 1997 – ricorda la legale – nell’ambito della tutela di bambini e donne vittime di violenza. Per la propria attività all’interno dei tribunali in questi 29 anni di attività l’organizzazione ha ottenuto oltre 250 anni di condanne al carcere e un ergastolo a carico di pericolosi sex offender”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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