Viterbo – (sil.co.) – “A Mammagialla un detenuto in condizioni di grave incompatibilità carceraria, in attesa di un provvedimento di sospensione della pena”. Il difensore Nicola Trisciuoglio, lo stesso avvocato che assiste i familiari di Andrea Di Nino, morto al Nicandro Izzo il 21 maggio 2018, lo ha incontrato mercoledì 5 agosto presso la casa circondariale di Viterbo.
Viterbo – Il carcere Nicandro Izzo
“Il carcere non può diventare una condanna a morire”, sottolinea il legale, spiegando che R.V. è affetto da una grave forma di epilessia generalizzata primaria, cronica, permanente e recidivante. “Una patologia – prosegue – documentata da ricoveri neurologici e da crisi convulsive generalizzate, rispetto alla quale la consulenza medico-legale depositata dalla difesa formula una conclusione inequivocabile: ‘Il regime carcerario ordinario costituisce un fattore di rischio eccezionale e inaccettabile, capace di provocare crisi potenzialmente letali’”.
Il magistrato di sorveglianza di Viterbo e il tribunale di sorveglianza di Roma dovranno stabilire se la pena possa continuare a essere eseguita in una condizione che, secondo il professor Pasquale Mario Bacco, consulente della difesa, esporrebbe concretamente il detenuto a un imminente pericolo per la salute e per la vita.
Non solo. “Dietro la questione sanitaria emerge una vicenda giudiziaria ancora più inquietante – dice Trisciuoglio – R.V. infatti non ha mai conferito alcun mandato ai professionisti che risultano averlo difeso nel processo di primo grado e d’appello. Nessuna nomina consapevolmente sottoscritta. Nessuna procura speciale per richiedere il giudizio abbreviato. Nessuna decisione personale di rinunciare al dibattimento“..
“Eppure, nei suoi confronti risulta celebrato un processo con rito abbreviato, seguito persino da un giudizio di appello e dal ricorso per cassazione, svolto da questo legale con esito negativo, con una doppia conforme alle spalle del giudizio di legittimità e disconoscendo i particolari di quella nomina giammai conferita ai precedenti avvocati”.
Tutto questo mentre R.V. viveva stabilmente in Germania, dove aveva trasferito il centro della propria esistenza sin dal 2012 e dove aveva costruito, con quasi quindici anni di lavoro, una stabile posizione familiare, sociale e imprenditoriale.
“La difesa sta acquisendo gli atti originali per verificare e far dichiarare la nullità della nomina fiduciaria e procuratori e attraverso quali atti si sia ritenuto che R.V. conoscesse realmente il processo celebrato in sua assenza”.
C’è poi il tema delle accuse. “La posizione di R.V. – dice Trisciuoglio – sarebbe stata inserita in una più ampia contestazione associativa soprattutto sulla base delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia successivamente deceduto, la cui attendibilità e le cui condizioni psichiche sono state oggetto nel giudizio di legittimità di radicale contestazione difensiva. Anche questo profilo sarà sottoposto alle autorità competenti nell’ambito del giudizio di revisione”.
“La richiesta formulata alla magistratura di sorveglianza non è certo quella di cancellare una condanna e tantomeno di anticipare il giudizio sulla revisione. Ma resta urgentemente necessario impedire che l’esecuzione della pena diventi un pericolo per la vita“.
“La detenzione domiciliare non significherebbe sottrarre R.V. all’esecuzione. Significherebbe consentirne la prosecuzione in un ambiente controllato, assistito e compatibile con la sua patologia – tiene a puntualizzare il legale – quando il carcere aggrava una malattia e può scatenare crisi potenzialmente mortali, non è più soltanto il luogo in cui si esegue una pena, rischia di trasformarsi esso stesso in una condanna irreversibile“.
In conclusione: “Non è la richiesta di un privilegio, ma semplicemente di un principio di legalità, di umanità e di giustizia”.
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