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Tuscania - Revocati i domiciliari a dieci mesi dal blitz che fece scoprire la selva di droga

Maxi piantagione di droga, libero uno dei pastori

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I carabinieri di Viterbo nella piantagione di marijuana

I carabinieri nella piantagione di marijuana

L.G., uno degli arrestati

L.G., uno degli arrestati

O.F., uno degli arrestati

O.F., uno degli arrestati

L'avvocato Giovanni Bartoletti

L’avvocato Giovanni Bartoletti

Torna in libertà uno dei pastori sardi accusati di aver coltivato una selva di marijuana a Tuscania.

A dieci mesi dall’operazione dei carabinieri che portò alla luce la maxi piantagione di droga, il pastore 49enne G.L. si è visto revocare gli arresti domiciliari.

Il suo avvocato Giovanni Bartoletti ha fatto istanza al gip del tribunale di Viterbo, che l’ha accolta. Ancora al vaglio l’identica richiesta di revoca degli arresti domiciliari proposta per l’altro arrestato, il 42enne F.O., anche lui pastore sardo.

Entrambi furono arrestati a settembre dell’anno scorso. I carabinieri di Tuscania scoprirono la piantangione a Castel Ghezzo, una sperduta località di campagna al confine con Montalto di Castro.

L’immensa distesa di marijuana era nella tenuta di un ignaro conte romano, che lo aveva affittato a due altrettanto ignari tuscanesi. Il blitz partì da una soffiata di un informatore fidato. Un carabiniere andò in avanscoperta travestito da fungaiolo. A guardia della piantagione trovò i due pastori sardi, uno dei quali armato di fucile, che gli intimarono di andarsene. Ma il carabiniere tornò con i rinforzi: sul posto arrivarono almeno una trentina di militari. O.F. ha provato a puntare loro contro il fucile, ma quando ha sentito sparare dei colpi in aria è scappato insieme a G.L..

Per i due pastori è scattata la custodia cautelare in carcere per detenzione e coltivazione di droga ai fini di spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo e alterazione di arma da fuoco. Sono rimasti poco a Mammagialla: il gip Salvatore Fanti li scarcerò all’interrogatorio di garanzia. Avevano armi con matricola abrasa, ma che la droga fosse loro non c’erano indizi certi: la tenuta in cui prosperò la piantagione era attigua a quella dei due pastori.

Tempo un mese e scattò un nuovo arresto. Stavolta per spaccio. Ma il gip dispose di nuovo i domiciliari, aprendo un nuovo braccio di ferro tra accusa e difesa sulla misura cautelare. Il pm Stefano D’Arma fece appello. Sulle prime, il tribunale del Riesame confermò il carcere. Ma l’avvocato Bartoletti è andato fino in Cassazione e poi di nuovo davanti al Riesame che, alla fine, ha deciso per i domiciliari. 


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17 luglio, 2013

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