Viterbo – (sil.co.) – “Ho chiesto aiuto a tutti inutilmente. Una madre che deve fare?”. Così una mamma settantenne residente in un centro dei Cimini aveva gelato l’aula, lo scorso 15 maggio, quando ha spiegato davanti al giudice Jacopo Rocchi perché la precedente estate si era decisa a denunciare il figlio cinquantenne che l’aveva picchiata, facendola finire in ospedale. Per quelle botte alla madre, l’uomo, mercoledì, è stato condannato a una pena di sei mesi di reclusione. Ma è stato assolto dall’accusa di maltrattamenti in famiglia.
Tribunale – Carabinieri
“Prima di denunciarlo, ho chiesto aiuto a carabinieri, Asl, sindaco e assistenti sociali. Non potevo più vivere in quel modo, avendo il terrore giorno e notte delle sue sfuriate. Una madre che deve fare?”, ha raccontato la donna in tribunale.
Droga e alcol non c’entrano. Non riusciva a convincere a curarsi il figlio, afflitto da problemi di salute fisici e mentali. “Dicevano tutti… ‘se lui non vuole’”, si è sfogata la madre in tribunale, denunciando di essersi sentita abbandonata dalle istituzioni. Il figlio, come confermato in aula anche dalla sorella, non sarebbe stato più lo stesso dalla morte del padre, risalente a quasi venti anni fa.
Era il 23 agosto 2023 quando sul posto è intervenuta una pattuglia dei carabinieri in seguito alla segnalazione di un uomo che stava dando in escandescenze in casa.
“Al nostro arrivo, siamo stati accolti dalla sorella dell’imputato, che vive al primo piano e ci ha accompagnati in cucina dalla madre che, pur non mostrando segni visibili di violenze o percosse, era sconvolta, ma ha rifiutato l’ambulanza”, ha riferito uno dei due militari, spiegando che sono poi saliti al piano superiore dell’abitazione.
“Nell’appartamento abbiamo trovato l’imputato che era visibilmente agitato e ha spiegato che ce l’aveva con la madre che gli aveva buttato una scheda sim e che prima del fatto non aveva preso le medicine e di averle prese dopo. La sua stanza da letto era a soqquadro”, ha proseguito, dicendo di essere tornati di sotto dalla madre. “Ha ribadito di non avere bisogno del 118 e che si sarebbe fatta accompagnare in ospedale dalla figlia”.
In aula anche lo zio 77enne dell’imputato che, quando è stato allontanato dalla madre con cui conviveva e colpito da divieto di avvicinamento alla stessa, lo ha accolto in casa, “perché aveva bisogno di assistenza e di essere controllato”. “L’avevo anche accompagnato a Belcolle per cambiare la terapia, ma adesso non so più dove viva, perché se n’è andato via. Forse a Roma, visto che la frequentava spesso”, ha spiegato il congiunto.
L’accusa ha chiesto una condanna a 8 mesi per lesioni personali e l’assoluzione dall’accusa di maltrattamenti in famiglia, ritenendo che in dibattimento non si sia formata la prova del reato. Il difensore Monica Fortuna, prima della discussione, ha chiesto una perizia sulla capacità di intendere e di volere all’epoca dei fatti, rigettata dal giudice che ha condannato l’imputato a 6 mesi di reclusione per l’aggressione del 23 agosto 2023 alla madre.
– Denuncia il figlio che la picchia: “Ho chiesto aiuto a tutti inutilmente. Una madre che deve fare?”
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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