Viterbo – Sono stati condannati complessivamente a 30 anni di carcere per violenza sessuale pleuriaggravata i quattro uomini arrestati dai carabinieri il 17 dicembre 2024 con l’accusa di avere adescato su Whatsapp una tredicenne della provincia di Viterbo con un’app di giochi, costringendo la minore a inviare sotto ricatto foto e video a sfondo sessuale.
L’avvocato di parte civile Dominga Martines
Si è concluso venerdì davanti al gip del tribunale d Roma il processo a un 23enne di Torino, un 26enne di Rignano Flaminio, un 33enne di Napoli e un medico 44enne di Ferrara. Tutti già detenuti, il sanitario è stato condannato a 5 anni di reclusione, altri due a otto anni ciascuno e il quarto a nove anni di carcere.
Tra dicembre 2023 e settembre 2024, avrebbero anche minacciato l’adolescente – agganciata col nomignolo di “paratina” sulla piattaforma Roblox, mondo virtuale popolato da bambole, elfi, e pupazzetti – di rivelare tutto se non avesse acconsentito alla loro richieste e di andare a prelevarla a casa, cercando di farle coinvolgere in giochi perversi anche i due fratellini minori, di età inferiore ai 10 anni.
Parte civile per la figlia, con l’avvocato Dominga Martines, i genitori della minore, che hanno sporto denuncia a settembre di tre anni fa, cui gli imputati dovranno versare una provvisionale complessiva di 42mila euro, 10.500 euro a testa, in vista del risarcimento in sede civile.
Hanno ottenuto lo sconto di un terzo della pena, avendo scelto di essere giudicati col rito abbreviato: la pm Vittoria Bonfanti aveva chiesto due condanne a 16 anni di carcere, una a 10 anni e un’altra a 7 anni di reclusione per pedopornografia. Se non avessero scelto il rito alternativo, dopo l’accoglimento della richiesta di giudizio immediato, sarebbero stati processati in pubblico davanti alla corte d’assise di Viterbo.
Silvana Cortignani
Carabinieri – Il raggio di azione dei quattro che adescavano minori online
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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