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Tribunale - In aula la testimonianza della madre e della sorella della vittima - Lo psichiatra è imputato di omicidio colposo e omessa valutazione del rischio

Ventenne suicida in clinica, pochi giorni prima del ricovero ci aveva già provato

di Silvana Cortignani
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Soriano nel Cimino – È ripreso lunedì con la testimonianza della madre e della sorella della vittima,  davanti al giudice Ilaria Inghilleri, il processo per omicidio colposo al direttore sanitario e psichiatra della clinica di Soriano nel Cimino, specializzata in disturbi alimentari, cui il pubblico ministero Massimiliano Siddi contesta anche l’omessa valutazione del rischio suicidario della paziente ventenne che si è tolta la vita nella struttura la sera del 27 dicembre 2020. Sul posto 118 e carabinieri. Inutile ogni tentativo di soccorso. 


Montefiascone - Carabinieri e 118

Montefiascone – Carabinieri e 118


Secondo il professor Franco Ferracuti, consulente dei quattro familiari che si sono costituiti parte civile, non vi era stata una effettiva valutazione, nonostante i dati anamnestici, di un rischio suicidario. Il fratello e la sorella della vittima sono assistiti dall’avvocato Roberto Borgogno e i genitori dall’avvocato Amedeo Centrone. Nella cartella clinica, inoltre, non sarebbe stata riportata l’anamnesi e la storia clinica della paziente, cosi come di non sarebbe stato indicato il pregresso tentativo di suicidio. 

Il processo è entrato nel vivo lo scorso 26 marzo, quando è toccato per primo al padre, un medico di 65 anni, raccontare il calvario vissuto dalla figlia, affetta da anoressia nervosa, già ricoverata dal 18 dicembre 2019 al 13 giugno 2020  presso la clinica dei Cimini, da dove era stata dimessa contro la volontà del genitore e ove è stata nuovamente ricoverata il 6 novembre 2020

Lunedì è stata la volta della madre e della sorella, di 62 a 32 anni, oltre che della psicologa e dell’infermiera che l’ha trovata esanime in bagno, dove si era suicidata nella doccia. Durante l’udienza si è parlato molto del rischio suicidario, dal momento che la ventenne, pochi giorni prima del secondo ricovero, aveva tentato di togliersi la vita nella sua abitazione, tanto che lo psichiatra, nell’immediatezza, aveva consigliato alla famiglia di tenerla a casa e non perderla di vista neanche un minuto.

Ciononostante, la sera della tragedia, nonostante i numerosi allarmi lanciati nei dieci giorni precedenti dal padre per l’evidente peggioramento della figlia, con un crollo psicologico dalla mattina di Natale, in clinica ci sarebbe stata soltanto un’infermiera professionale e nessun medico. E nei giorni precedenti la paziente non avrebbe effettuato nessun colloquio con lo psichiatra, cui il padre aveva espressamente chiesto di parlare con la ventenne, per valutarne le condizioni.

La madre, in particolare, ha riferito come, dopo le dimissioni nel giugno 2020, la figlia abbia continuato a star male fino al tentativo di suicidio di inizio novembre 2020, in cui lei stessa l’aveva trovata sul letto con una cintura al collo. A fronte di ciò, la figlia era stata nuovamente ricoverata e lei e il marito si erano raccomandati affinché vi fosse la massima attenzione. 

Secondo la consulenza del professor Ferracuti ci sarebbero  responsabilità anche in ordine al trattamento farmacologico, essendo stati somministrati medicinali non idonei a prevenire il rischio suicìdario e sottovalutata la brusca alternanza di stati emotivi, cosi come l’instabilità della giovane. 

Il processo riprenderà a fine mese.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”


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15 aprile, 2026

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