Viterbo – Per lui solo il carcere poteva funzionare.
“Le modalità di agire di Gianlorenzo – sicuramente spregiudicate – e la pervicacia con la quale persegue i propri scopi estranei alla professione che svolge vengono giudicati come sintomatici di una indubbia proclività a delinquere, tali da indurre a ritenere che se lasciato libero e privo di contenimenti, possa commettere ulteriori reati”.
E poi: “Gianlorenzo è persona priva di remore nello svolgere le sue illecite attività a ritmo continuo, avendo fatto di esse un modo di agire che attua con costanza e tale da manifestare una marcata pericolosità sociale”.
Ne è convinto il gip Francesco Rigato, che nelle ultime pagine dell’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di Paolo Gianlorenzo si sofferma a spiegare perché è stato scelto proprio l’arresto in carcere e non un’altra misura.
Per l’ex direttore del quotidiano Nuovo Viterbo oggi e L’Opinione di Viterbo sono scattate le manette sabato scorso alle 8,30, con l’accusa di estorsione in concorso con il suo ex avvocato Samuele De Santis, violenza privata e calunnia.
Una descrizione dettagliata e inquietante del giornalista, quella che emerge dal documento di 38 pagine del tribunale di Viterbo che, sul finale, sottolinea la “notevole pervicacia del Gianlorenzo nell’agire e nel tenere condotte in qualche modo persecutorie nei confronti delle persone che prende di mira di volta in volta o nei confronti di persone ad esse vicine”.
E’ il caso, ad esempio, delle minacce continue alla moglie dell’ex consigliere regionale Francesco Battistoni o, ancora, di una particolare quanto strana telefonata a un ispettore della polizia stradale che “denota una spiccata spregiudicatezza dell’indagato che non tralascia nulla pur di precostituirsi una strada che possa in seguito garantirgli l’impunità anche grazie al discredito che cerca di gettare sul prossimo e in particolare su appartenenti alle forze dell’ordine”.
Ma c’è altro. Ciò che, infatti, avrebbe convinto più che mai il pm Massimiliano Siddi a richiederne “la cattura per condurlo immediatamente in un istituto di custodia” e il gip Rigato ad accoglierla, sono due aspetti fondamentali: il “concreto pericolo di inquinamento probatorio da parte del Gianlorenzo” e l’inadeguatezza dei domiciliari motivata dal fatto che il giornalista “usa i mezzi informatici anche per comunicare verso l’esterno”.
Quanto al primo aspetto, ovvero il rischio di inquinamento delle prove, Gianlorenzo, sfruttando il fatto di essere un giornalista, avrebbe potuto secondo il gip Rigato “provocare indebite ingerenze nella libera determinazione delle persone che hanno reso le dichiarazioni a lui non certo favorevoli”.
A questo va aggiunta “la dimestichezza con la quale il Gianlorenzo usa i mezzi informatici anche per comunicare verso l’esterno e per trasmettere scritti e documentazione”. Particolare per il quale ” la misura degli arresti domiciliari appare inadeguata”.
Non c’era dunque altra alternativa a una cella del carcere di Mammagialla, “unica misura – specifica il documento del tribunale – in grado di fronteggiare le esigenze specialpreventive del caso concreto”, oltre che unica misura “proporzionata rispetto all’entità dei fatti contestati e alla sanzione che si ritiene possa essere irrogata alla luce della molteplicità delle condotte criminose poste in essere con costanza e assiduità”.
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