Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – L’8 dicembre, quando Matteo Renzi veniva designato segretario del Pd quasi a 39 anni, era il compleanno di Arnaldo Forlani che a 37 era già vice segretario della Dc.
Roba da prima repubblica, quando il comunista Gian Carlo Paietta diventava presidente del Cln a 33, Enrico Letta ministro a 32 e, prima di lui, Emilio Colombo e Giulio Andreotti a 35, ma il secondo sedeva in consiglio dei ministri fin da quando ne aveva 28.
Nella seconda, Berlusconi non si è fatto mai mancare a palazzo Chigi i giovani, a cominciare da Alfano, insieme a signorine di buona presenza, alcune trasmigrate poi nell’attuale governo. Per esempio, Nunzia Di Girolamo, ministro a 37 anni e mezzo.
Insomma, prima, seconda e, ormai terza repubblica non si possono distinguere tra loro solo col parametro dell’età.
C’è ben altro, infatti, e ben altre le domande di fronte alle novità.
Nella prima repubblica, tutto era chiaro: a Yalta i comunisti di Stalin e i capitalisti di Roosvelt e Churchill si erano divisi le nazioni; l’Italia, dominio Usa, era comunque terra di confine con l’Est e russi e americani non facevano mancare ai rispettivi fans locali soldi e consigli per l’organizzazione e la propaganda.
Nella seconda, caduto il muro a Berlino e sgretolati dalla corruzione i palazzi romani, taluni giovinotti del Veneto e della Brianza da protagonisti di chiacchiere da bar si ritrovarono all’improvviso ministri e leaders in un partito, la Lega, costituito allo scopo di staccare il nord ricco dal resto dell’Italia, indebolendo così l’intera nazione. Un impegno enorme, per il quale occorrevano soldi e dritte ideologiche e organizzative che nei bar non si vendevano ma che altri mercati potevano fornire.
A buon interesse, s’intende, e l’interesse a frenare la crescita italiana, allora più forte di quella della Germania, non mancava certo nei tedeschi, a cominciare dai “regionalisti” di destra di Strauss.
Come sia andata a finire, si vede: la Germania vola, noi ridotti all’anticamera della Grecia e l’Europa “attenzionata” – direbbero nelle questure – dal resto del mondo.
E’ a questo punto che arriva Renzi. I giornali stranieri lo definiscono subito il Tony Blair italiano e lui proclama di voler “fare nel Pd quel che Blair aveva fatto col Partito Laburista inglese” : insomma, attraverso “la maggioranza alla Leopolda”, un’altra cosa rispetto alla complicata convivenza tra l’ex Pci Sposetti e l’ex Dc Fioroni.
L’ex capo dei sindaci del Lazio, Francesco Chiucchiurlotto lo chiama già all’inglese after eight e Ciprini ne descrive l’attenzione dei giornali esteri, ma forse bisognerebbe ricordarne pure qualche incursione non casuale oltre confine.
Per esempio la visita in luglio alla Merkel che “lo trovò interessante” e, due mesi dopo, la colazione negli Stati Uniti con John Podest.
Chi era costui? Il Corriere della sera lo definì nell’occasione “il più importante guru del partito di Obama, quello che elabora i contenuti e forma gli amministratori democratici” d’Oltreoceano. Solo di quelle parti, ci si può ora domandare?
Per noi che restiamo modesti italiani, che a scuola studiammo la storia di un paese in cui gli stranieri l’han sempre fatta in un modo o nell’altro da padroni, non resta che stare a vedere che cosa sarà il patto di governo che Renzi domenica ha detto dovrà comunque essere “alla tedesca” .
Con l’ottimismo di chi pensa che peggio di così… e con un occhio ai Forconi: non solo quelli nostrani, ma anche gli infiltrati, che non sono tutti made in Italy.
Renzo Trappolini
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