Viterbo – Chi e perché ha ucciso Aldo Moro?
Ma soprattutto, 36 anni dopo, a chi fa ancora paura la verità sulla morte dello statista democristiano? Come mai a quattro mesi dal suo varo, la commissione d’inchiesta Moro, che ha come primo firmatario Giuseppe Fioroni, ancora non parte?
Domande. Per ora solo queste. Gero Grassi, vice presidente gruppo Pd alla Camera le sta portando in giro per l’Italia. Le ripropone. Ieri è stata la volta di Viterbo, appuntamento che ha chiuso la due giorni organizzata dal Partito democratico di Viterbo al Salus Terme (video).
Domande, documenti, dichiarazioni che pesano come macigni, mostrano uno Stato che molto sapeva e poco ha fatto, dimenticanze, strane coincidenze. Tutte documentate.
Fanno parte degli atti di cinque processi, quattro commissioni stragi e P2. Vivisezionate alla ricerca di una verità, ancora nascosta sotto una coltre d’omertà.
“Chi ha paura di conoscere ancora oggi – si domanda Fioroni – la verità su Moro? Sono passati quattro mesi ma la commissione non s’insedia, mancano i componenti.
I presidenti Grasso e Boldrini facciano qualcosa”. E pure Renzi si muova. “Viene desecretato tutto – spiega Fioroni – ma non quello che riguarda Moro.
Capire la verità ha a che fare con il futuro dell’Italia e dei nostri figli. Dentro la vicenda c’è un Paese delle stragi, omicidi non puniti, è un dovere morale capire cosa sia successo.
Perché Moro è stato rapito? Perché sembrava salvo? E perché mentre sembrava salvo, è morto?”. Domanda chiama domanda.
“Se qualcuno ha scheletri nell’armadio o preoccupazioni lo dica – osserva Fioroni – non possiamo continuare a non sapere”.
Perché così facendo, Moro viene ucciso due volte. “Commettiamo un delitto d’abbandono”.
Il racconto di Gero Grassi è impressionante. Dietro lo schermo le scene del documentario, le immagini di Moro.
Le parole di Grassi sono frustate. Snocciola gli atti, dopo averli studiati e vivisezionati, facendo emergere tutte le contraddizioni.
“Provincia di Torino, 8 maggio ’78. Sono intercettati due messaggi, terribili: il cane morirà domani e il mandarino è marcio. Il cane è Moro. Il mandarino è Moro. Questi due messaggi sono criptati con un codice utilizzato solo dai servizi segreti militari italiani, ma sono spediti dai brigatisti.
1977. A Roma è gambizzato l’onorevole Publio Fiori – legge Grassi – sui muri e sui giornali viene scritto, oggi Fiori domani Moro. Nessuno fa niente.
1977 Op di Mino Pecorelli titola: Mori…bondo. Nessuno dice una parola.
Nel febbraio del 1978 i servizi segreti francesi hanno informato quelli italiani che prossimamente sarebbe stato rapito Moro. Cos’abbiano fatto non lo sappiamo.
Il 28 marzo 1978 il ministero degli Interni sa che il materiale delle brigate rosse è stampato in una tipografia in via Foa. La polizia arriva il 17 maggio e trova due stampatrici, una del ministero dell’Interno e l’altra del ministero dei Trasporti.
I verbali dei 55 giorni non furono fatti per brevità. Dice Parisi. Al ministero dell’Interno ci sono verbali di quando voi eravate ancora nello Stato pontificio. Verbali del 1840, ma quelli dei 55 giorni sono tutti scomparsi.
Solo alcune delle strane circostanze riportate da Grassi, che parla anche della signora Moro. “Ha raccontato – spiega Grassi – di non avere mai visto Andreotti prima, durante e dopo il rapimento. Nessuno dalla Dc. Dal Pci va Berlinguer a trovarla, ma ricorda del segretario la freddezza unica, tanto che salutandolo le dice, abbia cura di sé e lui rispose di non preoccuparsi.
Raccontate a parenti e amici la vita e la morte dell’uomo buono e mite, amico Aldo Moro. Non servirà a riportarlo in vita, ma perché sapere la verità serve a far stare sereni noi e i nostri figli.
Pasolini diceva, so ma non ho le prove. Io dico, io so, ma non ho ancora tutte le prove, ma le sto inseguendo e non da solo”.
Giuseppe Ferlicca
Multimedia: Moro (video) Autonomie (fotocronaca – slide) – Raffaele Bonanni (foto – slide – video) – Il ministro Beatrice Lorenzin (foto – slide – video) – Il ministro Maurizio Martina e l’europarlamentare Simona Bonafè (foto – slide– video)
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