Viterbo – Arriva al rush finale il processo sulla maxifrode fiscale da 110 milioni di euro.
Ieri mattina, davanti al tribunale di Viterbo, sono comparsi gli ultimi tre testimoni della difesa: due venditori della concessionaria Centroauto Srl sulla Tuscanese e l’amministratore delegato della società nel biennio 2008-2009.
I fatti contestati, però, sono ancora più vecchi. Risalgono al 2005-2006.
Uno dei pochi processi sui quali non si è ancora abbattuta la mannaia della prescrizione, ma solo perché l’accusa è pesante: associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Per una tale ipotesi non bastano i canonici sette anni e mezzo, sufficienti solo per la costellazione di reati tributari prescritti dal 2013. Tra gli imputati, c’è Elio Marchetti, amministratore unico della Centrauto Srl, tornato di recente agli onori della cronaca per l’operazione Red Zoll della polstrada. Anche in questo caso, l’arresto è scattato per evasione fiscale: Marchetti è ai domiciliari da più di tre mesi.
Alla sbarra insieme a lui ci sono i fratelli Matteo e Leonardo Leporatti, titolari della concessionaria Lem Srl e Giorgio Consalvi e Davide Lorenzetti, amministratori delle società fantasma. Anche dette ‘cartiere’ nel gergo della cosiddetta frode carosello: dall’estero, le auto vengono comprate da aziende italiane (in questo caso viterbesi) con l’intermediazione delle cartiere. Società interposte che, sulla carta, compravano auto di grossa cilindrata dai rivenditori esteri, mentre in realtà l’acquirente reale era la concessionaria viterbese. I prestanome delle cartiere rivendevano le auto importate, emettendo fatture apparentemente regolari e comprensive di Iva che, invece, non veniva versata.
Il danno all’Erario, quindi, consiste, da un lato, nel mancato versamento dell’Iva da parte della cartiera. Dall’altro, nella detrazione dell’imposta da parte dei concessionari. Imposta mai incamerata dal fisco. Ma, in questi casi, c’è anche un danno effettivo alla concorrenza: le concessionarie che sfruttano il metodo della frode carosello rivendono auto anche di lusso a prezzi stracciati. Un boomerang per l’intero mercato.
Per i testimoni della difesa, ascoltati ieri, la vendita a prezzi competitivi era resa possibile dalla qualità delle macchine importate: aziendali o a chilometri zero. Veicoli il cui prezzo di partenza sarebbe stato più basso, rispetto a macchine nuove.
L’accusa parla di una frode da 110 milioni di euro: 97 milioni per ricavi e costi non dichiarati e 13 milioni di Iva evasa. A marzo, pm e avvocati tireranno le somme dell’intero processo.
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