– Ricordo Giovanni Botondi come si ricorda un nonno a cui si voleva bene e che, purtroppo, oggi non c’è più.
In verità come età anagrafica più che un nonno Giovanni poteva essere un padre e come tale, non solo mio ma di tutti i ragazzi che nella seconda metà degli anni settanta si affacciavano alla politica, si preoccupava di dare a tutti noi i consigli giusti.
L’ho conosciuto quando per la prima volta sono entrato in via Garbini nella sede del comitato provinciale della Dc. Avevo circa quindici anni ed ero già iscritto al partito ma ero timoroso di entrare nel luogo più importante della politica viterbese, come lo sarei stato altre volte nella mia vita aspettando in certe anticamere del potere, silenziose e rarefatte, studiate apposta per farti sentire a disagio.
Ero un ragazzino o poco più e non mi aspettavo di essere ascoltato; invece, proprio nella prima stanza di fronte all’ingresso, vicino alla stanza del segretario venni accolto con cordialità e rispetto da quello che poi mi spiegarono era il funzionario tecnico, una specie di direttore dipendente direttamente dalla segreteria nazionale Dc con funzioni di osservatore e di garante.
Erano anni di piombo; forse meno pericolosi a Viterbo che altrove, ma difficili anche qui da noi e da allora, pian piano, il comitato provinciale divenne per me un luogo di ritrovo, non solo per via del ciclostile dove stampavamo i volantini che distribuivamo la mattina davanti alle scuole o dove preparavamo la colla per affiggere i manifesti ogni volta che un attentato terroristico colpiva un pezzo del nostro Stato democratico, ma anche per interi pomeriggi trascorsi anche a discutere e ad ascoltare Botondi che ci spiegava la storia e la politica e ci insegnava a crescere.
Come ho già scritto altrove, anche quando tutte le porte erano chiuse e i grandi si isolavano per parlare di cose importanti, Botondi era sempre pronto ad accoglierci e a scambiare quattro parole con noi.
Credeva nella Dc, nella democrazia, nella libertà e, soprattutto, nei giovani.
Quando le vicende nazionali provocarono lo scioglimento della Democrazia cristiana e la diaspora dei cattolici democratici, lui ha continuato a credere in un modello di società libera, giusta e moderata, seguendo, anche in età anziana e limitata da malattia, l’intero tragitto che dal Partito popolare italiano è passato dalla Margherita per giungere al Partito Democratico.
Alla gentilezza dei modi che era veramente il suo tratto caratteristico che più d’uno oggi ricorda, voglio aggiungere in conclusione di questo pensiero la naturale propensione al rispetto.
Proprio questo è probabilmente l’insegnamento più bello che Giovanni Botondi mi ha lasciato: avere rispetto per gli altri ed esigere rispetto per se stessi, non come forma di servile deferenza ma come attenzione ai bisogni e alle esigenze degli altri e coerenza con le proprie idee.
Ciao Giovanni, con te se ne va un pezzo della nostra gioventù. Ci mancherai.
Angelo Allegrini
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