Viterbo – (s.m.) – “Un’organizzazione finalizzata a commettere una serie indeterminata di reati”.
Il pm Franco Pacifici definisce in questi termini i rapporti tra Elio Marchetti, Giorgio Consalvi, Davide Lorenzetti e i fratelli Leonardo e Matteo Leporatti. Stessa – grave – accusa spalmata su cinque imputati: associazione a delinquere per il presunto sistema di frode carosello contestato agli imprenditori.
Triangolazione di soggetti e duplicità di scopi. Le automobili – quasi sempre di grossa cilindrata – venivano comprate dalle concessionarie viterbesi, con la mediazione delle cosiddette “cartiere”, che acquistavano formalmente le auto dalle società estere senza versare l’Iva. Il vantaggio era doppio: da un lato non versare l’Iva e dividere l’importo tra cartiera e acquirente; dall’altro, abbattere i prezzi delle auto grazie all’omesso versamento e polverizzare la concorrenza.
Dalla sua, l’accusa ha le intercettazioni. La consegna diretta delle auto dall’estero alle concessionarie viterbesi. I 110 milioni di euro “sottratti proprio e solo in virtù dell’esistenza di un’organizzazione”. Per tutti e cinque, il pm chiede la condanna a due anni e quattro mesi e il proscioglimento per prescrizione per tutti i reati tributari satellite, ormai defunti. Con una punta di rammarico del magistrato: “Davanti alla morte del reato non c’è rimedio. Anche se le richieste di rinvio a giudizio erano del 2008…”.
La difesa di Lorenzetti – avvocati Sergio Buzzi e Fabrizio Ballarini – trova più di una falla nel quadro accusatorio. Nel 2005, Marchetti litiga con i Leporatti e va a lavorare alla Centro Auto srl. Non solo non si parlano, ma diventano concorrenti. Come si ipotizza un’associazione a delinquere in combutta con la concorrenza?
E ancora: manca la prova di un accordo tra gli imputati e le gerarchie tipiche dell’associazione a delinquere. Non ci sono ruoli precisi, non c’è una struttura piramidale. Non solo: non c’è neanche il reato, per gli avvocati di Lorenzetti, che non si accontentano di una sentenza di prescrizione da tutti gli altri reati tributari, contestati insieme all’associazione a delinquere. Quello che al massimo si potrebbe ipotizzare, per l’avvocato Buzzi, non è l’evasione dell’Iva, ma l’omesso versamento. Reato che viene introdotto solo nel 2007, mentre i fatti risalgono a due anni prima.
Alla prossima udienza, parola agli avvocati di Marchetti e Leporatti. Poi repliche e sentenza.
– Maxifrode da 110 milioni di euro, la sentenza è vicina
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