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Viterbo - Il ragazzo era stato pestato a suon di pugni e sprangate fuori dalla discoteca

Prescritta l’aggressione a Giovanni Di Meo

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Giovanni Di Meo

Giovanni Di Meo

Viterbo – (s.m.) – Prescritto. Come tutti si aspettavano.

Finisce così il processo al presunto aggressore di Giovanni Di Meo, il ragazzo di 27 anni morto suicida a febbraio, asfissiato dai gas di scarico della sua macchina.

Giovanni era il figlio dell’ex assessore provinciale Stefano Di Meo e dell’ex consigliere comunale Maria D’Alessandro. Una famiglia conosciuta e stimata. Soprattutto tra Civita Castellana e Fabrica di Roma, dove Giovanni viveva con i genitori. 

Lo trovano senza vita il 2 febbraio scorso, in un noccioleto in località Quartaccio. I familiari lo cercavano dalla mattina: non era normale che non fosse rincasato. La tragedia, nel primo pomeriggio. E ieri, in tribunale, uno dei drammi personali di Giovanni, risalente a molti anni fa ma che lo aveva segnato: il 15 luglio 2007 era stato vittima di un’aggressione. La sua serata a ballare con gli amici finisce riverso a terra fuori dalla discoteca e poi in ospedale. Quaranta giorni di prognosi. Setto nasale e mandibola spaccati a pugni e sprangate, ricostruiti sapientemente dai chirurghi del reparto maxillofacciale.

In tribunale finisce prima un gruppetto di minorenni. Tutti assolti. Gli atti tornano al tribunale di Viterbo per procedere contro un buttafuori, difeso dall’avvocato Emanuele Barbacci, che rimane l’unico a dover rispondere delle botte a Giovanni. 

Ma tra le indagini, il procedimento instaurato al tribunale dei minori e il passaggio del fascicolo a Viterbo passano otto anni senza riuscire ad arrivare a una sentenza, se non di prescrizione. Un fatto che i parenti di Giovanni possono comunque interpretare come una risposta, per quanto previsto dalla legge italiana: “Se, maturati i tempi per la prescrizione, il giudice rileva elementi per i quali può assolvere deve farlo. Non l’ha fatto – dichiara l’avvocato di Giovanni, Antonio Rizzello -. Questo non significa che l’imputato è colpevole ma che, ad oggi, non poteva essere detto palesemente e immediatamente innocente, al punto da pronunciare una sentenza di assoluzione”. 

Per la giustizia mancata di non poter avere una sentenza nel merito, Giovanni non si rassegnava. Il suo ingiusto processo era in mezzo a quella galassia di pensieri neri che gli avevano fatto perdere fiducia negli altri e nel futuro. Un’insoddisfazione covata e sfogata col padre, al quale a volte raccontava della sua disillusione. Delle rade possibilità che vedeva per i giovani come lui. Dell’entusiasmo che da un po’ di tempo gli mancava. Oggi è lui a mancare, come sa mancare al mondo un animo sensibile. Così sensibile che, immaginando il suo funerale, aveva detto ai suoi di non comprare fiori, ma mandare piatti di riso in Africa.

Ieri è finita come doveva finire per com’era cominciata: in un limbo senza condanna e senza assoluzione, lo stesso in cui tanti processi finiscono. Un limbo che Giovanni aveva previsto e che trovava inaccettabile. 


Articoli: Gli amici di Giovanni: “In noi vivranno le tue parole e il tuo sorriso” – Cibo per 130 bambini per un mese – No fiori ma piatti di riso in Africa – “Giovanni non era solo in quel momento…” – Il padre Stefano: “Quel processo prescritto lo faceva soffrire…” – Giovanni aggredito a pugni e sprangate otto anni fa – 27enne si uccide in macchina con i gas di scarico


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25 giugno, 2015

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