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Viterbo - Le difese: "Nessuna certezza di poter salvare la bambina" - Atti in procura per procedere contro altri due medici

Neonata morta, assolti i ginecologi

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L'ospedale di Belcolle

L’ospedale di Belcolle

L'avvocato Roberto Alabiso

L’avvocato Roberto Alabiso 

Viterbo – Nessuna certezza che Claudia si sarebbe salvata.

Sono stati assolti i due ginecologi imputati di omicidio colposo per la neonata vissuta solo diciassette giorni, tra l’ospedale Belcolle di Viterbo e il Bambin Gesù di Roma.

La sentenza, ieri pomeriggio, dopo due anni di processo.

E’ il 20 maggio 2013 quando la mamma di Claudia viene ricoverata al reparto viterbese di Ostetricia e ginecologia. Arriva la mattina alle 8. La piccola viene al mondo dopo più di quindici ore: è mezzanotte passata quando alla signora viene fatto il taglio cesareo. Ma la bambina non sopravvive, nonostante le cure immediate e il trasporto d’urgenza a Roma. 

Per il pm Fabrizio Tucci i responsabili di quella morte sono i due ginecologi in turno dalle 20,30 di quella sera, gli stessi che fanno nascere Claudia, perché, secondo la pubblica accusa, i segni di sofferenza fetale diventano inequivocabili alle 21,20.

Il magistrato, comunque, chiede (e ottiene) anche la trasmissione degli atti in procura per i due colleghi del turno precedente, perché neppure i periti, tra medici legali e ginecologi, interpellati durante il processo, hanno saputo dire quando è iniziata, precisamente, la sofferenza della bimba.

Le difese non concordano con nessun passaggio della ricostruzione accusatoria. Non era un parto a rischio. Non c’erano campanelli d’allarme. La sofferenza fetale non diventa palese alle 21,20 e non impone ai medici di intervenire. Tant’è che si decide per un cesareo solo alle 23,15: “In tempo utile come da linee guida”, secondo l’avvocato Vania Cirese.

Che poi ci siano voluti altri ottanta minuti perché l’anestesista era impegnata con un altro intervento d’urgenza, rientra tra le lacune di Belcolle (come la sala operatoria a quattro piani dal reparto e l’assenza di un’équipe di guardia) e non possono risponderne i ginecologi, aggiunge l’avvocato Roberto Alabiso: “La Cassazione dice che i medici vanno esonerati da qualunque responsabilità per carenze strutturali”.

Così è stato: assolti, con la formula dubitativa della vecchia insufficienza di prove, perché il fatto non costituisce reato.

“Una sentenza di cui siamo soddisfattissimi – commenta l’avvocato Alabiso -, anche perché è stato un processo con rito immediato, chiesto quando si vuole saltare l’udienza preliminare in nome dell’evidenza della prova. Qui la prova non solo non era evidente, ma non c’era”. 


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3 dicembre, 2015

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