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Viterbo - Penalisti in sciopero - Le ragioni della protesta spiegate dagli avvocati

“Processi infiniti se si allunga la prescrizione”

di Stefania Moretti
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Il presidente della camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

Il presidente della camera penale di Viterbo Mirko Bandiera

L'avvocato Remigio Sicilia

L’avvocato Remigio Sicilia

Il segretario della camera penale di Viterbo Carlo Mezzetti

Il segretario della camera penale di Viterbo Carlo Mezzetti

Il vicepresidente della camera penale di Viterbo Marco Valerio Mazzatosta

Il vicepresidente della camera penale di Viterbo Marco Valerio Mazzatosta

La conferenza stampa indetta dagli avvocati

La conferenza stampa indetta dagli avvocati

Lo sciopero spiegato sui depliant

Lo sciopero spiegato sui depliant

Viterbo – Prescrizione. Intercettazioni. Diritto di difesa.

E’ uno sciopero ad ampio spettro quello proclamato per tre giorni dall’Unione camere penali italiane.

Dal 24 al 26 maggio i penalisti viterbesi hanno incrociato le braccia, in linea con la mobilitazione nazionale contro “una giustizia che vuole l’imputato a processo per sempre”.

“Lo slogan ‘prescrizione più lunga, processi più brevi’ è un’illusione”, secondo il presidente della camera penale viterbese Mirko Bandiera. “Si estenderà la durata del processo a scapito dell’imputato, quando 7 anni e mezzo per una sentenza definitiva sono già abbastanza”.

Dovrebbero. In realtà, spesso, 7 anni e mezzo non bastano neanche per la prima sentenza tra chiusura dell’inchiesta, udienza preliminare, primo grado, appello e Cassazione.

A Viterbo, c’è il “buco nero” del passaggio all’ufficio gip/gup, dove i fascicoli restano anche per anni in attesa di udienza preliminare. Idem per il transito in Corte d’appello: mesi o anni per passare un fascicolo da Viterbo a Roma. Ci sono i trasferimenti dei giudici, che fanno ripartire i procedimenti da capo. Le sentenze depositate in ritardo. Le notifiche sbagliate o mancanti. Tutto in buona fede, per carenza di risorse e personale. Ma anche questo accelera la prescrizione. Che è “indice di civiltà giuridica”, per il vicepresidente della camera penale viterbese Marco Valerio Mazzatosta: “E’ un istituto voluto perché lo Stato dev’essere in grado di garantire un giusto processo, dove giusto significa anche di durata ragionevole. La giustizia deve presupporre i cambiamenti fisiologici nella vita delle persone: chi delinque a vent’anni non è più lo stesso a quaranta e non può trovarsi sulla graticola di una sentenza a rallentatore”.

C’è il colpevole, forse condannato, forse prescritto. Ma c’è anche l’imputato innocente, in attesa di assoluzione. Qualche dato dalla camera penale: a Viterbo, nel primo semestre 2015, ci sono state due assoluzioni ogni tre sentenze davanti al tribunale collegiale. Il giudice monocratico, nel 2014, ha inflitto 134 condanne a fronte di 411 assoluzioni. Un trend in aumento, se si guarda anche ai numeri della prima metà del 2013: 270 condanne al monocratico (314 nel 2012) e 305 assoluzioni (296 nel 2012). Aumentano i processi per lesioni e omicidio colposo (16 nel 2013, 18 nel 2014). Diminuiscono quelli per usura, estorsione e rapina (195 nel 2013, 167 nel 2014).

La lentezza della giustizia si riverbera sulla stampa. La pena dovrebbe essere vicina al fatto, scriveva Cesare Beccaria. Raramente succede. E allora la stampa anticipa. Ma la sede naturale del processo, ribadiscono le toghe, è l’aula giudiziaria. “Giornali e tv non potranno mai sostituirsi ai tribunali, ma certamente li influenzano – afferma il segretario della camera penale viterbese Carlo Mezzetti -. Il clima intorno ai processi li ha sempre condizionati, basti pensare a Portella della Ginestra: strage a Palermo e processo a Viterbo. Un certo attivismo dell’opinione pubblica fa pensare che per ottenere una sentenza, una misura cautelare o la riapertura di un caso basti una raccolta firme. Non basta, ma certe pressioni compromettono la serenità del magistrato”.

Infine, il processo in videoconferenza che viola il diritto di difesa e le intercettazioni via trojan. Basta un virus in uno smartphone per trasformare il cellulare in macchina fotografica e telecamera. E non c’è modo di accorgersene. “Con la scusa dell’emergenza terrorismo, le procure agiscono anche così – dichiara l’avvocato Remigio Sicilia -. L’emergenza non può diventare la regola, specie se parliamo di una tale invasione della privacy, con l’intercettazione che ha ormai sostituito i mezzi d’indagine tradizionali. Il rischio è di ritrovarci tutti con un grande fratello dentro casa. Peggio ancora, dentro il cellulare”.

Stefania Moretti


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26 maggio, 2016

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