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Viterbo - Santa Rosa - Fermo di Volo d'Angeli - Sotto Gloria, la serata ricordo dei facchini del 1967 - Sagrato gremito di gente

“Ho pensato siamo messi male, qui si muore…”

di Giuseppe Ferlicca
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Viterbo - Santa Rosa - I facchini del '67 sotto Gloria

Viterbo – Santa Rosa – I facchini del ’67 sotto Gloria

Nazzareno Serafini

Nazzareno Serafini

Viterbo - Santa Rosa - I facchini del '67 sotto Gloria

Viterbo – Santa Rosa – I facchini del ’67 sotto Gloria

Guido Politini

Guido Politini

Ezio Rocchetti

Ezio Rocchetti

Viterbo - Santa Rosa - I facchini del '67 sotto Gloria

Viterbo – Santa Rosa – I facchini del ’67 sotto Gloria

Ezio Morbidelli

Ezio Morbidelli

Plinio Moretti e Massimo Mecarini

Plinio Moretti e Massimo Mecarini

Mario Pettinelli

Mario Pettinelli

Viterbo - Santa Rosa - I facchini del '67 sotto Gloria

Viterbo – Santa Rosa – I facchini del ’67 sotto Gloria

Angelo Sordini

Angelo Sordini

Viterbo – “Ho pensato, siamo messi male, qui si muore…”. I drammatici momenti di Volo d’Angeli, il fermo del 1967 a via Cavour, vissuti sotto Gloria.

Parlano i protagonisti di allora. C’era anche Ezio Morbidelli. “La macchina era impossibile da portare – ricorda Morbidelli – a Fontana Grande eravamo fradici dal sudore”.

Il presidente del Sodalizio Massimo Mecarini fa gli onori di casa. Ad ascoltare sono arrivati in tanti. I gradini del sagrato di santa Rosa, pieni e molti restano in piedi, lungo il santuario. Nessuno vuole perdersi una serata che è un appuntamento con la storia e la tradizione. Tanti ricordi.

– Fotogallery: Sotto Gloria con i ragazzi del ’67

Dalle parole dei facchini di allora rivivono momenti drammatici. Ma anche l’orgoglio d’avere dato tutto. Come sempre per un facchino.

“Zucchi ci disse – ricorda Morbidelli – la portiamo fino a piazza del Comune e la lasciamo. Non ci siamo arrivati. Quando si è fermata, mi sono trovato addosso al muro. Eravamo inginocchiati.

Zucchi piangeva, voleva mettere il cannocchiale per sorreggere la macchina. Ma non c’entrava. C’incitava a tirarla su. Ma che tiri su? Era per terra”. Momento tremendi. “Le donne venivano a cercare i mariti – ricorda ancora Morbidelli – poi ho visto un branco di gente, militari, non so chi fossero. Ci hanno aiutato a tirarla su. E quando siamo usciti, eravamo tutti rotti”.

Un ultimo ricordo: “Quelli dietro tenevano la macchina, perché cadeva in avanti”. Tra un protagonista e l’altro, Pietro Benedetti della Banda del racconto dà voce, attraverso poesie e letture alle mille voci di cinquant’anni fa. Quando tutto cambiò.

“Da una grande sofferenza – ricorda il presidente Mecarini – si arrivò a grandi cambiamenti, a cominciare dalla prova di portata”. Finora non c’era.

Nazzareno Serafini, classe 1945, quei momenti se li ricorda come se fossero passati non cinquant’anni, ma cinque giorni. “Avevamo il mento alle ginocchia – dice Serafini – e quando ci siamo fermati, aspettavamo i cavalletti che erano a piazza del Comune.

Ma si erano rotti due cannocchiali e abbiamo dovuto attendere quelli dal Suffragio. Con la macchina sulle spalle. Ma non siamo scappati”. Pagando un prezzo. “Io e altri cinque siamo stati portati via, in ospedale. Tra Viterbo e Roma. Sette mesi ricoverato”.

A Fontana Grande, che qualcosa non andasse, era chiaro a molti: “Ci siamo detti che la macchina era pesantissima, non si poteva portare. E se non si fosse fermata, a via Roma facevamo la fine del sorcio. Non ci passava.

Sennò la pendenza degli angeli non sarebbe cambiata l’anno dopo, così come la struttura metallica.”.

Ma quella sera ogni facchino ha dato l’anima. Guido Politini ne è certo. “La macchina pendeva a destra, pesava – osserva Politini – forse i calcoli erano sbagliati, forse a via Roma non ci passava. Zucchi può dire quello che vuole”. Riferimento al figlio del costruttore e alle sue parole, al raduno del 3 settembre.

“Il facchino ha dato l’anima – continua Politini – e io voglio rivolgere un pensiero a quelli che non ci sono più e a chi sta male”.

Lì sotto, il pensiero era per le famiglie: “Noi – ricorda Mario Pettinelli – pensavamo alle nostre mogli”. Una sofferenza infinita: “Per togliermi la canottiera – spiega Plinio Moretti – con l’acqua ossigenata ci vollero due ore”. Ezio Rocchetti, invece, ricorda le modifiche apportare nella sua azienda alla macchina.

Dal 1967 all’anno successivo, per allestire la nuova formazione ci volle tempo. Parecchio tempo. “Sei mesi”. Le prove alle scuole rosse erano cambiate. “E la macchina è stata modificata, da cilindrica a conica.

La verità è lì sotto. Non ci sono critiche, chi quella sera se n’è andato, poveretto, era allo stremo”.

Solo un anno. E nel 1968 il trasporto diventa un trionfo. Facendo di Volo d’Angeli, la macchina di santa Rosa fra le più amate.

Giusta ricompensa per chi quella sera ha dovuto sentire qualche commento poco lusinghiero. Immeritato. Ma qualcuno tra i facchini non si è limitato a incassare. “Passando sul percorso, ci dicevano parole – spiega Franco Giuliani – ma qualche “ciuffata” l’hanno presa. Ci prendevano in giro, ma due botte e via qualcuno se l’è presa…”.

Perché come il capofacchino (d’oggi) Sandro Rossi ricorda, il momento più duro è stato percorrere il tragitto al contrario, senza la macchina. Per un facchino di santa Rosa non riesce a immaginare nulla di peggio.

“Con tutta la città che aspettava – ricorda Rossi – secondo me è stato ancora più duro del ritorno sotto la macchina. Ma, poi, quanto avvenuto l’anno dopo ha cancellato ogni cosa”.

Lorenzo Celestini, presidente emerito del Sodalizio, ricorda come ricorra un’altra importante ricorrenza. Trent’anni da quando il capo facchino ha acquisito il ruolo di guida del trasporto e della squadra. Compito che fino al 1986 spettava al costruttore. Altro anno particolare. Quando per sistemare Armonia Celeste al sagrato, suo padre ordinò un altro “Sollevate e fermi”.

“Non so – dice Rossi – cinquant’anni fa, con il capofacchino alla guida a piazza Fontana Grande, se il trasporto sarebbe proseguito.

Il legame che si crea è forte. Io l’ho avuto con i miei predecessori e adesso lo vivo in questo ruolo. Per questo dico, che forse, se Nello Celestini avesse avuto voce in capitolo, forse avrebbe fermato la macchina.

Io oggi voglio ringraziare tutte le persone che quella sera si sono sacrificate. Non è stato invano, perché è grazie a voi se tutto è continuato, siamo arrivati fino a noi e dopo di noi andrà ancora meglio”.

Lorenzo Celestini il 3 settembre 1967 aveva 15 anni. “Mio padre sì”. Nello. “Quando tornai a casa – ricorda Celestini – c’era mia madre e poco dopo arrivò mio padre. Immaginate com’era ridotto. Le aveva provate tutte, nel fermo. Era distrutto.

Per un anno, con Giuseppe Zucchi, che abitava vicino casa nostra, si vedevano e io sono entrato nel clima di Volo d’Angeli. Parlavano, si davano spiegazioni, pensavano a correttivi”.

Raffaele Ascenzi, ideatore di Gloria, invece fa un parallelo tra il 1967 e il 1986. Ricorda il suo ingresso in formazione e la prova di portata. Con un’affettuosa imitazione di Nello. Al primo tentativo andò male, ci riuscì quello successivo. “Quest’anno ho voluto far rivivere sotto Gloria il vecchio ciuffo numero 50 regalatomi da Peppe Zucchi”. Per il comune, c’è il presidente del consiglio Marco Ciorba.

Una serata sul filo dei ricordi e delle emozioni, sotto la macchina. Conclusa con un “Evviva santa Rosa” eccezionalmente a due voci: Sandro Rossi e Lorenzo Celestini.

E poi, ragazzi del 1967 sotto Gloria per una foto ricordo. Passato e presente s’incontrano. Per guardare avanti. Tutti d’un sentimento, ieri come oggi.

Giuseppe Ferlicca


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8 settembre, 2017

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