Tarquinia – “Gli arresti si potevano evitare”. I difensori dei titolari dell’azienda metalmeccanica di Tarquinia accusati di aver sfruttato i loro operai, rompono il silenzio. Parlano dopo gli interrogatori di garanzia di Emanuele Pietro Costa, Paola Piselli e Talita Volpini, che ieri hanno risposto alle domande del gip di Civitavecchia. “Hanno chiarito le loro posizioni”, fanno sapere gli avvocati Paolo Pirani e Pier Salvatore e Francesca Maruccio.
Emanuele Pietro Costa, la moglie Talita Volpini e Paola Piselli non si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. A differenza di Antonino Costa, che venerdì ha fatto scena muta. Un silenzio che sarebbe stato imposto dalle precarie condizioni psicofisiche in cui verserebbe, in seguito all’arresto.
“Tecnicamente ci troviamo di fronte a un’ordinanza custodiale che, riguardando fatti e atti ormai ampiamente definiti nel tempo e nello spazio, avrebbe potuto essere evitata e/o limitata nella sua eseguibilità – sostengono i difensori -. Il risalto mediatico ha finito per dare a quanto accaduto una coloritura accesa e toni volutamente enfatizzati rispetto alla realtà dei fatti, così come concretamente appaiono. Tra l’altro va fatta una doverosa distinzione tra i vari soggetti per i ruoli rispettivamente rivestiti e le funzioni svolte, e se effettivamente svolte”.
Gli avvocati Pirani e Maruccio fanno sapere di aver già avanzato una serie di istanze. “La questione merita un doveroso quanto opportuno approfondimento – dicono -, tendente alla verifica complessiva dei fatti anche nella loro rappresentazione accusatoria”.
Emanuele Pietro Costa e il papà Antonino, la moglie Talita Volpini e Paola Piselli sono stati arrestati dalla Guardia di finanza di Tarquinia all’alba di mercoledì. Padre e figlio, 63 anni il primo e 32 il secondo, sono finiti nel carcere di Civitavecchia. Volpini e Piselli, 32 e 54 anni, ai domiciliari. La procura gli contesta, a vario titolo, i reati di estorsione, caporalato, sfruttamento del lavoro, minacce, sequestro di persona e truffa ai danni dell’Inps.
I finanzieri, per oltre un anno, hanno indagato su quello che definiscono “un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai”. Oltre settanta operai di un’azienda metalmeccanica di Tarquinia per nove anni avrebbero dovuto accettare tutte le condizioni che i titolari, minacciandoli di ripercussioni e licenziamenti, gli imponevano. Niente ferie, niente malattia retribuita, niente tredicesima. Gli straordinari? Perlopiù non pagati. Eppure quella “misera retribuzione” non potevano permettersi di perderla: “Circa 3,90 euro all’ora – spiegano i finanzieri -. Due euro all’ora, invece, per gli straordinari. Se venivano pagati…”.
Seppur con un contratto part time di quattro ore, la Guardia di finanza ha accertato che gli operai lavoravano comunque otto, dieci ore al giorno. “Inoltre – fanno sapere le fiamme gialle -, erano stati obbligati a sottoscrivere anche lettere di licenziamento in bianco”. Sarebbero state trovate nello studio del consulente del lavoro che, secondo i finanzieri , avrebbe “suggerito ai titolari dell’azienda le manovre fraudolente”. Adriano Massella, ragioniere 39enne di Tarquinia, è stato sottoposto all’obbligo di firma. Oltre a essere interdetto per un anno dall’esercizio della professione.
Tra i reati contestati c’è anche il sequestro di persona. Tra gli arrestati ci sarebbe stato chi, con l’inganno, avrebbe portato un’operaia in un casolare isolato in campagna. Qui sarebbe stata minacciata per ore, affinché non rivelasse ai finanzieri quanto accadeva in azienda. Poi la truffa ai danni dell’Inps. “Ogni due, tre anni – spiegano i finanzieri – i lavoratori venivano licenziati da un’azienda e assunti da un’altra, comunque riconducibile e gestita dagli arrestati”.
Oltre un milione e 200mila euro il profitto dei reati perpetrati, secondo le fiamme gialle. A 140mila euro ammonterebbero, invece, i mancati versamenti contributivi.
Il video del blitz dei finanzieri nell’azienda metalmeccanica
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY