Tarquinia – Lavoratori sfruttati, tutti a processo.
Il gup del tribunale di Civitavecchia ha rinviato a giudizio i cinque indagati nell’inchiesta che ha coinvolto i titolari dell’azienda metalmeccanica di Tarquinia accusati di aver sfruttato i loro lavoratori. Per Antonino ed Emanuele Pietro Costa, Talita Volpini, Paola Piselli e Adriano Massella il processo, con rito ordinario, inizierà nel 2020. Sono accusati, a vario titolo, di estorsione, caporalato, sfruttamento del lavoro, minacce, sequestro di persona e truffa ai danni dell’Inps.
In udienza preliminare, durante la quale si sono già costituiti parti civili il sindacato Fiom-Cgil e alcuni operai, i difensori, gli avvocati Paolo Pirani e Pier Salvatore e Francesca Maruccio, hanno sollevato diverse questioni. Come chiesto anche dal gup, ora dovranno essere approfondite durante il processo. Per i legali, in particolar modo, l’accusa di caporalato non può coesistere con quella di estorsione e viceversa. Secondo i difensori, o c’è il caporalato o c’è l’estorsione. Altrimenti, sempre per gli avvocati, ci sarebbe una disapplicazione della normativa a sfavore degli imputati.
Emanuele Pietro Costa e il padre Antonino, la moglie Talita Volpini e Paola Piselli sono stati arrestati dalla Guardia di finanza di Tarquinia all’alba del 27 ottobre 2017. Padre e figlio, 65 anni il primo e 34 il secondo, sono finiti in carcere, poi ai domiciliari e infine sono ritornati in libertà. Come sono ritornate in libertà Volpini e Piselli, 33 e 55 anni, che erano recluse in casa. Adriano Massella, ragioniere 41enne di Tarquinia, invece è da sempre a piede libero, anche se per un anno è stato interdetto dall’esercizio della professione di consulente del lavoro.
Le fiamme gialle del capitano Antonio Petti, coordinate dalla pm Alessandra d’Amore, hanno indagato su quello che hanno definito “un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai”. Oltre 70 operai di un’azienda metalmeccanica di Tarquinia per nove anni avrebbero dovuto accettare tutte le condizioni che i titolari, minacciandoli di ripercussioni e licenziamenti, gli imponevano. Niente ferie, niente malattia retribuita, niente tredicesima. Gli straordinari? Perlopiù non pagati. Eppure quella “misera retribuzione” non potevano permettersi di perderla: “Circa 3,90 euro all’ora – spiegano i finanzieri -. Due euro all’ora, invece, per gli straordinari. Se venivano pagati…”.
Seppur con un contratto part time di quattro ore, la Guardia di finanza ha accertato che gli operai lavoravano comunque tra le otto e le dieci ore al giorno. “Inoltre – fanno sapere le fiamme gialle -, erano stati obbligati a sottoscrivere anche lettere di licenziamento in bianco”. Sarebbero state trovate nello studio del consulente del lavoro che, secondo la Finanza, avrebbe “suggerito ai titolari dell’azienda le manovre fraudolente”.
Tra i reati contestati c’è pure il sequestro di persona. Tra gli imputati ci sarebbe stato chi, con l’inganno, avrebbe portato un’operaia in un casolare isolato in campagna. Qui sarebbe stata minacciata per ore affinché non rivelasse ai finanzieri quanto accadeva in azienda. Poi la truffa ai danni dell’Inps. “Ogni due, tre anni – spiegano le fiamme gialle – i lavoratori venivano licenziati da un’azienda e assunti da un’altra, comunque riconducibile e gestita dagli arrestati”.
Tra fine 2017 e inizio 2018 la Guardia di finanza, su mandato del tribunale di Civitavecchia, ha eseguito quattro misure patrimoniali mettendo i sigilli ad altrettanti appartamenti nel comune di Tarquinia. Valore complessivo, 500mila euro. I sequestri scaturiscono perché, secondo l’accusa, il profitto dei reati perpetrati dagli imputati supererebbe il milione di euro mentre il mancato versamento dei contributi ammonterebbe a 140mila euro.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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