Tarquinia – Ha fatto scena muta.
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Antonino Costa, il 63enne arrestato dalla Guardia di finanza di Tarquinia con l’accusa di aver sfruttato i lavoratori dell’azienda di famiglia. Ieri l’interrogatorio di garanzia.
Insieme ad Antonino Costa, all’alba di mercoledì sono stati arrestati il figlio Emanuele Pietro Costa, 32 anni, rinchiuso insieme al padre nel carcere di Civitavecchia, l’ex moglie Paola Piselli, 54 anni, e la nuora Talita Volpini, 32 anni. Le due donne sono agli arresti domiciliari.
Per Emanuele Pietro Costa, Piselli e Volpini gli interrogatori di garanzia sono fissati per la prossima settimana.
Ai quattro la procura di Civitavecchia contesta, a vario titolo, i reati di estorsione, caporalato, sfruttamento del lavoro, minacce, sequestro di persona e truffa ai danni dell’Inps.
I finanzieri, per oltre un anno, hanno indagato su quello che definiscono “un sistema perverso e spregiudicato di sfruttamento di operai”. Oltre settanta operai di un’azienda metalmeccanica di Tarquinia per nove anni avrebbero dovuto accettare tutte le condizioni che i titolari, minacciandoli di ripercussioni e licenziamenti, gli imponevano. Niente ferie, niente malattia retribuita, niente tredicesima. Gli straordinari? Perlopiù non pagati. Eppure quella “misera retribuzione” non potevano permettersi di perderla.
“Gli operai – spiegano i finanzieri di Tarquinia – sono stati costretti ad accettare una retribuzione inferiore, di molto, a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro per i metalmeccanici. Circa 3,90 euro all’ora. Inoltre effettuavano straordinari retribuiti 2 euro all’ora, o addirittura senza essere pagati: i lavoratori erano obbligati a effettuare orario suppletivo gratis per riparare cattivi assemblaggi o per il mancato raggiungimento del numero minimo giornaliero dei pezzi previsti”.
Seppur con un contratto part time di quattro ore, la Guardia di finanza ha accertato che gli operai lavoravano comunque otto, dieci ore al giorno. “Inoltre – fanno sapere le fiamme gialle -, erano stati obbligati a sottoscrivere anche lettere di licenziamento in bianco”. Sarebbero state trovate nello studio del consulente del lavoro che, secondo i finanzieri , avrebbe “suggerito ai titolari dell’azienda le manovre fraudolente”. Adriano Massella, ragioniere 39enne di Tarquinia, è stato sottoposto all’obbligo di firma. Oltre a essere interdetto per un anno dall’esercizio della professione.
Tra i reati contestati c’è anche il sequestro di persona. Alcuni tra gli arrestati con l’inganno avrebbero portato un’operaia in un casolare isolato in campagna e qui l’avrebbero minacciata per ore, affinché non rivelasse ai finanzieri quanto accadeva in azienda.
Poi la truffa ai danni dell’Inps. “Ogni due, tre anni – spiegano i finanzieri – i lavoratori venivano licenziati da un’azienda e assunti da un’altra, comunque riconducibile e gestita dagli arrestati”. Oltre un milione e 200mila euro il profitto dei reati perpetrati, secondo le fiamme gialle. A 140mila euro ammonterebbero, invece, i mancati versamenti contributivi.
Il video del blitz dei finanzieri nell’azienda metalmeccanica
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY