Viterbo – Jeans, camicia grigia, capelli freschi di barbiere, rasati ai lati e con una leggera cresta sopra, tenuta su col gel.
Un 24enne come tanti altri, all’apparenza. Non fosse che è il giovane che tre anni fa ha tirato un fumogeno alla Macchina di Santa Rosa, accusato di tentata strage e attentato alla pubblica sicurezza, recluso da oltre sette mesi e giunto in tribunale scortato dalla penitenziaria.
Si è presentato così ieri davanti alla corte d’assise che dovrà giudicarlo Denis Illarionov, l’italiano d’origine lettone ristretto nel carcere di Mammagialla dal 12 marzo scorso quando fu arrestato su segnalazione dell’Fbi dalla Digos, le cui indagini sono sfociate a luglio nella notifica in carcere di una seconda misura di custodia cautelare per il petardo lanciato contro la Macchina di Santa Rosa il 3 settembre 2015.
Per lui la difesa ha ingaggiato un esperto di indagini informatiche, Marco Zonaro, col compito di passare al setaccio computer e smartphone del ragazzo.
Su Instagram, dove si è fotografato con una pistola in pugno, ha scritto “È ora di ammazzare i bambini dell’asilo”, aggiungendo l’hashtag “School shooting”, ovvero sparatoria a scuola.
Inizialmente indagato per sospetto terrorismo internazionale a causa dei post deliranti pubblicati sui social network, inneggianti a stragi vere o fantasticate, Illarionov è stato scagionato dall’antiterrorismo di Roma dall’incriminazione più pesante e rinviato alla procura di Viterbo con l’accusa di tentata strage.
Nel frattempo hanno colpito al cuore i viterbesi i messaggi whatsapp inviati agli amici dopo il famigerato lancio del fumogeno durante il trasporto: “Purtroppo non sono riuscito a fare una strage”, “Peccato che il lancio non sia stato perfetto”, “Il fumogeno non si è incendiato in tempo, come avevo previsto”.
Motivo per cui dovrà rispondere davanti alla corte d’assise anche di attentato alla pubblica sicurezza, reato di competenza del collegio, come chiesto dalla pm Chiara Capezzuto, la quale ha sollecitato la riunione dei due procedimenti in virtù del vincolo della continuazione.
L’apparentemente innocuo ragazzone dai colori e dai lineamenti nordici, con i jeans, la camicia grigia e la cresta sul capo, sul web avrebbe comprato circa tre chili di nitrato di potassio, considerato un precursore di esplosivo. In casa aveva polvere pirotecnica e una miscela combustibile creata dall’unione di nitrato di potassio e zucchero.
Ma anche un oggetto di cartone di forma cilindrica, riempito di una polvere, all’interno del quale erano state incollate diverse monete di piccole dimensioni. Al 24enne sono stati inoltre sequestrati un tirapugni, un fucile e due pistole ad aria compressa, ad uso sportivo, nonché una serie di apparecchiature informatiche.
“Ha peccato di ingenuità, scrivendo e facendo cose della cui portata non si è reso conto”, secondo l’avvocato Federica D’Angelo, venuta a Viterbo dalla capitale in sostituzione del penalista romanoVincenzo Comi.
Nel frattempo è tornata stabilmente in Italia, e vive nella casa di Bagnaia alle porte di Villa Lante, la madre del 24enne, che si trovava in Germania al momento dell’arresto del figlio. La donna fa regolarmente visita a Illarionov, recluso da oltre sette mesi a Mammagialla, per il quale sarebbe l’unico punto di riferimento.
La difesa punta alla perizia di parte sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di Bagnaia, computer e smartphone, affidata al consulente Marco Zonaro, titolare del CrimeLab (laboratorio di criminalistica forense) di Roma. Lo stesso che rappresenta la famiglia nel giallo legato all’omicidio, avvenuto nel 1989 quando si parlò però di incidente, del calciatore Denis Bergamini.
Dopo l’ammissione prove, la corte d’assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone (Elisabetta Massini a latere più sei giudici popolari) ha rinviato il processo al 28 novembre per sentire i testimoni dell’accusa e al 20 dicembre per sentire i testi della difesa, tra i quali il consulente Zonaro, nonché il 24enne, intenzionato a rendere interrogatorio per fornire uan sua versione dei fatti.
Silvana Cortignani
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