Tuscania – Si schianta con la sua moto Yamaha 600 all’incrocio tra la strada Dogana e la Tarquiniese al rientro da una gita domenicale al mare, per evitare guai dice che alla guida c’era l’amico morto sul colpo.
Vittima del tragico incidente, avvenuto a Tuscania la notte tra il 1 e il 2 settembre 2013, un 38enne di Attigliano, Danilo Baratta, sposato e padre di una bimba in tenera età, che invece sarebbe stato il passeggero.
Per questo C. L. è finito sotto processo con l’accusa di omicidio colposo, è stato condannato ieri dal giudice Silvia Mattei a un anno e mezzo di reclusione in primo grado, con la sospensione condizionale della pena. Per il tribunale di Viterbo era lui il centauro alla guida della Yamaha.
Ha chiesto la condanna, a un anno di reclusione, anche il pm Michele Adragna, che ha ereditato il caso dal predecessore Fabrizio Tucci, spiegando perché la versione dell’imputato non potesse essere altro che un falso alibi. I difensori Francesco Cipriano e Manlio Morcella, del foro di Terni, hanno invece chiesto l’assoluzione, appellandosi ai gravissimi traumi interni, emersi dall’autopsia, che hanno ucciso la vittima sul colpo, compatibili con la guida del mezzo e non con la posizione del passeggero.
L’imputato, soccorso e portato in ospedale da un automobilista di passaggio, disse di non ricordare dove fosse la moto e non rivelò che a bordo non era solo, ma erano in due, e che nei pressi doveva esserci un altro centauro, ferito o morto.
Il corpo senza vita di Baratta fu rinvenuto, inaspettatamente, dai carabinieri, una volta scattato l’allarme al 112, dato da un altro automobilista di passaggio. Il 38enne, deceduto sul colpo, era non lontano dalla moto, finita sulla strada sterrata “Fontanile delle donne”, piombando in un fosso.
Il cadavere fu trovato con le ciabatte ai piedi e uno zaino in spalla, senza i guanti alle mani tipici dei motociclisti. La vittima, inoltre, come ha fatto notare il pm, aveva talmente tanto alcol in corpo, che non sarebbe stata in condizioni di guidare.
“L’imputato è andato nel panico e si è inventato un falso alibi – secondo il sostituto procuratore Adragna – lo stesso soccorritore dice che era malconcio e dolorante, ma lucido. Voleva fuggire da quel luogo, scappare, aveva un peso sulla coscienza”.
“Mi disse che era disposto a pagarmi se lo avessi portato a casa, invece che in ospedale; che gli avrei fatto passare dei guai, se lo avessi portato al pronto soccorso, perché aveva bevuto qualche birra. Ma non fece alcun accenno all’altra persona”, ha raccontato il soccorritore, sentito come testimone al processo.
“Non voleva che lo portasse in ospedale perché aveva bevuto qualche birra – ha proseguito il pm – non aveva un’amnesia, si ricordava benissimo la sosta al bar. Ma non gli è venuto in mente di dire, anche qualora fosse stato lui il passeggero, che era successa una cosa grave, che c’era l’amico. E’ da pelle d’oca. Ha taciuto dell’amico morto o in stato di bisogno”.
Colpevole anche per il giudice Mattei che, a cinque anni dal tragico schianto, ha condannato l’imputato a un anno e mezzo per omicidio colposo. Non si sono costituiti parte civile i familiari della vittima, nel frattempo risarciti dall’assicurazione.
Silvana Cortignani
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