Tuscania – Un processo che si gioca tutto su chi era alla guida di quella moto, finita a cunetta tra la Tarquiniese e la Dogana.
In quella cunetta, due anni fa, moriva Danilo Baratta, 41enne, artigiano con una moglie e un bimbo di 4 anni. A giudizio per omicidio colposo è finito l’amico C.L., con l’aggravante di essersi messo alla guida sotto l’effetto di stupefacenti.
Il quarantenne di Lugnano in Teverina si è difeso a lungo, ieri pomeriggio in tribunale. Ricostruendo punto per punto l’ultima giornata al mare passata con l’amico Danilo, ha descritto quel che ricordava dell’incidente. Poco, a dire il vero, ma che alla guida della sua Yamaha c’era la vittima lo ricorda nitidamente. “Io ho guidato da Capalbio fino a Capodimonte – ha spiegato al giudice Silvia Mattei -. Dopo ha guidato Danilo, perché io ero ancora vestito da mare, avevo solo un gilet e dei pantaloncini corti. Non ce la facevo proprio a stare davanti: avevo freddo”. E’ il 2 settembre 2013. La dinamica è oscura. L’imputato ricorda solo di aver sentito dei movimenti improvvisi sotto il sedile appena prima che la moto finisse fuori strada, poi di aver visto tutto bianco.
Quando si è ripreso ha fermato un passante e si è fatto portare all’ospedale, mentre il corpo dell’amico Danilo rimaneva a terra su una strada bianca. Sono i carabinieri a trovarlo morto più tardi. Informati non dall’imputato, ma da un passante. Perché? Perché C.L. non avvisa la persona che lo ha caricato in macchina e accompagnato in ospedale che c’è il suo amico morente sulla strada? Lui risponde di essere stato sotto shock. “Non so quello che dicevo mentre ero in macchina… Parlavo, parlavo, parlavo. Poi mi sono dovuto fermare perché avevo dei forti dolori al petto, ma in ospedale non facevo altro che chiedere di Danilo”. Il suo racconto è parzialmente diverso dalle dichiarazioni che rilasciò in ospedale, dopo il ricovero: “Non capivo più niente, ero nel panico”. E il cognato, chiamato a testimoniare, ricorda come C.L. fosse tutt’altro che lucido: “Si addormentava in continuazione, poi si svegliava e ricominciava a parlare”.
Per il pm Fabrizio Tucci e il suo consulente, l’ingegner Lucio Pinchera, c’era C.L. alla guida della moto, in base all’analisi delle ferite riportate da imputato e vittima, ma anche perché l’imputato indossava scarpe da ginnastica, mentre la vittima ciabatte da mare con le quali sarebbe stato difficile riuscire a guidare. Il medico legale Fabio Suadoni, consulente della difesa, sostiene l’esatto contrario e aggiunge che le tracce di cannabinoidi trovate nelle urine di C.L. non indicano necessariamente un recente consumo di droga. La difesa, rappresentata dall’avvocato Manlio Morcella, chiede di eseguire una nuova perizia ingegneristica e medico-legale, per accertare la dinamica dell’incidente, la causa della morte di Baratta e la natura delle ferite riportate dai due amici.
Il processo continua a marzo.
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