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I grandi discorsi a cura di Carlo Galeotti - Il presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy nel 1961 nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca

“Non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”

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John Fitzgerald Kennedy

John Fitzgerald Kennedy

Viterbo – In tempi in cui la politica è ridotta a un post o a un tweet, ci sembra opportuno andare a riprendere, a rivangare, a degustare, a rileggere i grandi discorsi politici che hanno cambiato il mondo.

Discorsi che hanno segnato un passo avanti per l’intera umanità verso la democrazia e la libertà di tutti.

Come dire che la politica può essere qualcosa di diverso dalle banali chiacchiere da bar di un Salvini, pericoloso per lo stato di diritto, o di un Renzi, incapace di azioni politiche nell’interesse della nazione.

Qualcosa di diverso da parole che vanno a vellicare il ventre molle di una nazione. Parole che alimentano egoismi e odio a buon mercato.

C’è stato un tempo in cui grandi leader mondiali hanno pronunciato discorsi che tengono semanticamente e politicamente per i prossimi decenni.

Altri tempi. Tempi di statisti e di leader che non avevano paura di affrontare il dissenso della piazza, più o meno mediatica, pur di fare gli interessi di tutto un popolo, se non di tutta l’umanità.

c.g.


John Fitzgerald Kennedy all’età di 43 anni è diventato il primo presidente cattolico e il più giovane presidente eletto nella storia degli Stati Uniti d’America. Il 20 gennaio 1961 il suo giuramento come 35esimo presidente degli Stati Uniti. Celebre la frase pronunciata durante il discorso di insediamento: “Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese”.
 
La sua carriera politica e la sua vita furono stroncate prematuramente da un attentato. Il 22 novembre 1964 John Kennedy venne colpito alla testa da alcuni proiettili di fucile mentre si trovava a bordo di una limousine, accanto alla moglie Jacqueline Kennedy, in una visita ufficiale a Dallas in Texas.
 
Tra le sfide affrontate da Kennedy durante la sua presidenza il lancio del programma spaziale, la crisi dei missili su Cuba che portò il mondo a un passo dalla terza guerra mondiale, la battaglia politica contro il razzismo e la povertà. 

Discorso d’insediamento di John Fitzgerald Kennedy pronunciato il 20 gennaio 1961 a Washington

Signor vice presidente Johnson, signor capo della giustizia, presidente Eisenhower, vice presidente Nixon, presidente Truman, reverendo, concittadini

Quella a cui assistiamo oggi non è la vittoria di un partito ma la celebrazione della libertà, che simboleggia al tempo stesso una fine e un inizio, e che significa rinnovamento e cambiamento. Ho pronunciato davanti a voi e davanti a Dio onnipotente lo stesso giuramento solenne prescritto dai nostri padri poco meno di due secoli fa.

Oggi il mondo è molto diverso. L’uomo detiene nelle proprie mani mortali il potere di abolire tutte le forme di povertà umana ma anche quello di sopprimere tutte le forme di vita umana. Eppure le stesse convinzioni rivoluzionarie per le quali hanno lottato i nostri padri, vale a dire la convinzione che i diritti dell’uomo non provengono dalla generosità dello Stato ma dalla mano di Dio, sono ancora in discussione in tutto il mondo.

Non dobbiamo dimenticare che siamo gli eredi di quella prima rivoluzione. Lasciatemi dire qui e ora, agli amici come ai nemici, che la fiaccola è stata consegnata a una nuova generazione di americani, nata in questo secolo, temprata dalla guerra, disciplinata da una pace dura e amara, orgogliosa della nostra antica eredità, che non vuole permettere la lenta distruzione di quei diritti umani verso i quali questa nazione è da sempre impegnata e verso i quali oggi siamo impegnati in patria e nel mondo.

Che ogni nazione sappia, sia che ci auguri il bene, sia che ci auguri il male, che pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo qualunque peso, affronteremo ogni difficoltà, aiuteremo qualsiasi amico, affronteremo qualunque nemico pur di assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà.

Ci impegniamo a fare tutto questo e molto di più.

Verso i vecchi alleati, con i quali condividiamo le origini culturali e spirituali, ci impegniamo con la lealtà di amici fedeli. Uniti, in un clima di accordo e cooperazione sono poche le cose che non possiamo fare. Divisi, sono poche le cose che possiamo fare, perché non oseremmo lanciare una sfida potente alle avversità e crolleremmo rovinosamente in pezzi.

Ai nuovi stati ai quali diamo il benvenuto nel novero dei paesi liberi, diamo la nostra parola che non abbiamo posto termine a un controllo coloniale solo perché venisse rimpiazzato da una tirannia ancora più dura. Non ci aspetteremo sempre che appoggino il nostro punto di vista. Ma speriamo di vederli sostenere sempre la loro stessa libertà e che ricordino che, in passato, coloro che cercavano stupidamente il potere cavalcando la tigre, hanno finito per esserne divorati.

Alle persone che nelle capanne e nei villaggi di mezzo mondo lottano per spezzare le catene di una miseria diffusa, promettiamo il nostro massimo sforzo per aiutarli a provvedere a se stessi, non perché i comunisti facciano altrettanto, non perché vogliamo il loro voto, ma perché è giusto. Una società libera che non è in grado di aiutare i molti che sono poveri non riuscirà mai a salvare i pochi che sono ricchi.

Alle repubbliche sorelle a sud dei nostri confini facciamo una promessa speciale, quella di trasformare le nostre parole in buone azioni, in una nuova alleanza per il progresso, di aiutare gli uomini liberi e i governi liberi a spezzare le catene della povertà. Ma questa pacifica rivoluzione della speranza non può diventare preda di potenze ostili. Che tutti i nostri vicini sappiano che ci uniremo a loro nell’opporci all’aggressione o alla sovversione in qualsiasi parte dell’America e che ogni altra potenza sappia che questo emisfero intende rimanere padrone del proprio destino.

All’assemblea di stati sovrani che costituisce le Nazioni Unite, nostra ultima grande speranza in un’era in cui gli strumenti di guerra hanno di gran lunga e rapidamente oltrepassato gli strumenti di pace, rinnoviamo il nostro impegno e il nostro appoggio a impedire che divenga unicamente una tribuna per aspre polemiche, a rafforzarla come scudo dei paesi nuovi e dei paesi deboli e ad ampliare l’area in cui la sua parola può avere valore di legge.

Infine, a quelle nazioni che potrebbero divenire nostre avversarie, offriamo non un impegno, bensì una richiesta: che entrambe le parti inizino ex novo la ricerca della pace, prima che le potenze tenebrose della distruzione scatenate dalla scienza causino l’autoannientamento, deliberato o accidentale, di tutta l’umanità.

Non dobbiamo tentarle con la nostra debolezza, perché solo quando le nostre armi saranno sufficienti potremo essere assolutamente sicuri di non doverle mai impiegare.

Ma due grandi e potenti raggruppamenti di nazioni non possono neppure accontentarsi della situazione attuale, oberati come sono entrambi dal costo delle armi moderne, entrambi giustamente allarmati dal costante diffondersi del mortale potere dell’atomo, eppure entrambi impegnati a competere per modificare quel precario equilibrio del terrore che argina lo scatenarsi dell’ultima guerra dell’umanità.

Ricominciamo, dunque, ricordando da entrambe le parti che un comportamento civile non è segno di debolezza e che la sincerità deve sempre essere provata dai fatti. Non dobbiamo mai negoziare per timore, ma non dobbiamo mai aver timore di negoziare. 

Che entrambe le parti esplorino i problemi che le uniscono, anziché dibattere quelli che le dividono.

Che entrambe le parti, per la prima volta, formulino proposte serie e precise per l’ispezione e il controllo degli armamenti e pongano il potere assoluto di distruggere altre nazioni sotto il controllo assoluto di tutte le nazioni.

Che entrambe le parti cerchino di evocare i prodigi della scienza anziché i suoi orrori. Esploriamo insieme le stelle, conquistiamo insieme i deserti, debelliamo le malattie, scrutiamo le profondità degli oceani e incoraggiamo le arti e i commerci.

Che entrambe le parti si uniscano per porre in atto in ogni angolo della terra il comando di Isaia: “Sciogliere i legami del giogo…e rimandare liberi gli oppressi”.

E se una testa di ponte di collaborazione potrà far arretrare la giungla del sospetto, che entrambe le parti si uniscano in una nuova impresa: nel creare non un nuovo equilibrio di potenza, bensì un nuovo mondo basato sul diritto, in cui i forti siano giusti, i deboli sicuri, e la pace sia preservata.

Tutto ciò non potrà essere portato a termine nei primi cento giorni, né nei primi mille, né nel corso di questa amministrazione, e nemmeno forse nel corso della nostra esistenza su questo pianeta. Tuttavia, mettiamoci all’opera.

Nelle vostre mani, miei concittadini, più che nelle mie, sarà posto il successo finale o il fallimento della nostra opera. Da quando questo paese è stato fondato, ogni generazione di americani è stata chiamata a dare testimonianza della propria lealtà nazionale. Le tombe dei giovani americani che hanno risposto alla chiamata a servire il paese sono sparse per il mondo.

Ora la campana ci chiama ancora una volta, non per portare le armi, anche se ne abbiamo bisogno, non per una battaglia, sebbene siamo già in battaglia, ma per portare il peso di una lunga e oscura lotta, anno dopo anno, “rallegrandoci nella speranza, pazienti nella tribolazione”, una lotta contro i nemici comuni dell’uomo: la tirannia, la povertà, le malattie e la stessa guerra.

Contro questi nemici possiamo dar vita a una grande alleanza globale, Nord e Sud, Est e Ovest, in modo da poter assicurare una vita più fruttuosa a tutta l’umanità? Vi unirete a questo sforzo storico?

Nella lunga storia del mondo, solo a poche generazioni è stato garantito il ruolo di difendere la libertà nell’ora del massimo pericolo. Non mi sottraggo a questa responsabilità, anzi, le do il benvenuto. Non credo che qualcuno di noi cambierebbe il suo posto con un altro popolo o con un’altra generazione. L’energia, la fede, la dedizione che porteremo in questo sforzo illuminerà il nostro paese e chi lo serve, e la luce di questo fuoco può davvero illuminare il mondo.

Dunque, miei concittadini americani, non chiedete cosa il vostro paese può fare per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese.

Concittadini del mondo, non chiedete cosa l’America può fare per voi, ma cosa possiamo fare, insieme, per la libertà dell’uomo.

Infine, che siate cittadini americani o cittadini del mondo, chiedete a noi gli stessi livelli elevati di forza e di sacrificio che noi chiediamo a voi. Con la coscienza pulita come unico premio, con la storia come giudice finale dei nostri atti, continuiamo a guidare la terra che amiamo, chiedendo a Dio la sua benedizione e il suo aiuto, ma consapevoli che qui sulla terra il progetto di Dio deve essere anche il nostro. 

John Fitzgerald Kennedy



Vice President Johnson, Mr. Speaker, Mr. Chief Justice, President Eisenhower, Vice President Nixon, President Truman, Reverend Clergy, fellow citizens:

We observe today not a victory of party but a celebration of freedom–symbolizing an end as well as a beginning–signifying renewal as well as change. For I have sworn before you and Almighty God the same solemn oath our forbears prescribed nearly a century and three-quarters ago.

The world is very different now. For man holds in his mortal hands the power to abolish all forms of human poverty and all forms of human life. And yet the same revolutionary beliefs for which our forebears fought are still at issue around the globe–the belief that the rights of man come not from the generosity of the state but from the hand of God.

We dare not forget today that we are the heirs of that first revolution. Let the word go forth from this time and place, to friend and foe alike, that the torch has been passed to a new generation of Americans–born in this century, tempered by war, disciplined by a hard and bitter peace, proud of our ancient heritage–and unwilling to witness or permit the slow undoing of those human rights to which this nation has always been committed, and to which we are committed today at home and around the world.

Let every nation know, whether it wishes us well or ill, that we shall pay any price, bear any burden, meet any hardship, support any friend, oppose any foe to assure the survival and the success of liberty.

This much we pledge–and more.

To those old allies whose cultural and spiritual origins we share, we pledge the loyalty of faithful friends. United there is little we cannot do in a host of cooperative ventures. Divided there is little we can do–for we dare not meet a powerful challenge at odds and split asunder.

To those new states whom we welcome to the ranks of the free, we pledge our word that one form of colonial control shall not have passed away merely to be replaced by a far more iron tyranny. We shall not always expect to find them supporting our view. But we shall always hope to find them strongly supporting their own freedom–and to remember that, in the past, those who foolishly sought power by riding the back of the tiger ended up inside.

To those people in the huts and villages of half the globe struggling to break the bonds of mass misery, we pledge our best efforts to help them help themselves, for whatever period is required–not because the communists may be doing it, not because we seek their votes, but because it is right. If a free society cannot help the many who are poor, it cannot save the few who are rich.

To our sister republics south of our border, we offer a special pledge–to convert our good words into good deeds–in a new alliance for progress–to assist free men and free governments in casting off the chains of poverty. But this peaceful revolution of hope cannot become the prey of hostile powers. Let all our neighbors know that we shall join with them to oppose aggression or subversion anywhere in the Americas. And let every other power know that this Hemisphere intends to remain the master of its own house.

To that world assembly of sovereign states, the United Nations, our last best hope in an age where the instruments of war have far outpaced the instruments of peace, we renew our pledge of support–to prevent it from becoming merely a forum for invective–to strengthen its shield of the new and the weak–and to enlarge the area in which its writ may run.

Finally, to those nations who would make themselves our adversary, we offer not a pledge but a request: that both sides begin anew the quest for peace, before the dark powers of destruction unleashed by science engulf all humanity in planned or accidental self-destruction.

We dare not tempt them with weakness. For only when our arms are sufficient beyond doubt can we be certain beyond doubt that they will never be employed.

But neither can two great and powerful groups of nations take comfort from our present course–both sides overburdened by the cost of modern weapons, both rightly alarmed by the steady spread of the deadly atom, yet both racing to alter that uncertain balance of terror that stays the hand of mankind’s final war.

So let us begin anew–remembering on both sides that civility is not a sign of weakness, and sincerity is always subject to proof. Let us never negotiate out of fear. But let us never fear to negotiate.

Let both sides explore what problems unite us instead of belaboring those problems which divide us.

Let both sides, for the first time, formulate serious and precise proposals for the inspection and control of arms–and bring the absolute power to destroy other nations under the absolute control of all nations.

Let both sides seek to invoke the wonders of science instead of its terrors. Together let us explore the stars, conquer the deserts, eradicate disease, tap the ocean depths and encourage the arts and commerce.

Let both sides unite to heed in all corners of the earth the command of Isaiah – to “undo the heavy burdens . . . (and) let the oppressed go free”.

And if a beachhead of cooperation may push back the jungle of suspicion, let both sides join in creating a new endeavor, not a new balance of power, but a new world of law, where the strong are just and the weak secure and the peace preserved.

All this will not be finished in the first one hundred days. Nor will it be finished in the first one thousand days, nor in the life of this administration, nor even perhaps in our lifetime on this planet. But let us begin.

In your hands, my fellow citizens, more than mine, will rest the final success or failure of our course. Since this country was founded, each generation of Americans has been summoned to give testimony to its national loyalty. The graves of young Americans who answered the call to service surround the globe.

Now the trumpet summons us again–not as a call to bear arms, though arms we need–not as a call to battle, though embattled we are–but a call to bear the burden of a long twilight struggle, year in and year out, “rejoicing in hope, patient in tribulation” –a struggle against the common enemies of man: tyranny, poverty, disease and war itself.

Can we forge against these enemies a grand and global alliance, north and south, east and west, that can assure a more fruitful life for all mankind? Will you join in that historic effort?

In the long history of the world, only a few generations have been granted the role of defending freedom in its hour of maximum danger. I do not shrink from this responsibility – I welcome it. I do not believe that any of us would exchange places with any other people or any other generation. The energy, the faith, the devotion which we bring to this endeavor will light our country and all who serve it – and the glow from that fire can truly light the world.

And so, my fellow Americans: ask not what your country can do for you – ask what you can do for your country.

My fellow citizens of the world: ask not what America will do for you, but what together we can do for the freedom of man.

Finally, whether you are citizens of America or citizens of the world, ask of us here the same high standards of strength and sacrifice which we ask of you. With a good conscience our only sure reward, with history the final judge of our deeds, let us go forth to lead the land we love, asking His blessing and His help, but knowing that here on earth God’s work must truly be our own.

John Fitzgerald Kennedy


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26 settembre, 2019

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