Viterbo – Berkeley è una cittadina di centomila abitanti, a pochi chilometri da San Francisco, rispecchiata sulla omonima baia. Fondata nel 1868 da un gruppo di colte persone che le dette il nome del famoso filosofo, fin dall’inizio fu sede di una università, oggi una delle più importanti degli Stati Uniti, per intenderci quella da cui partì la contestazione giovanile dei primi anni ’60.
Le è rimasta la vocazione progressista, illuminata. Ma a parte la visione della baia e il vecchio edificio della prima università, appare come una delle tante cittadine americane, un po’ monotone e impersonali.
Tant’è che molti si vantano del campanile della cattedrale, perché ricorda vagamente quello di San Marco a Venezia. E’ una città universitaria, di cultura, frequentata da studenti di ogni etnia e provenienza geografica; ma non è una città storica.
La mentalità liberal degli amministratori locali e la stessa concezione liberale della cultura americana permettono ai cittadini di prendere iniziative di ogni genere; che si tratti di luminarie, di cortei folcloristici dei bikers, di feste etniche di cinesi o indiani. Difficilmente ne risentirebbero l’identità storica della città o l’integrità delle strutture urbane. Così mi assicurava tempo fa un mio collega del posto.
Ma che cosa succede se, al contrario, si impegna il tessuto urbano si una città cosiddetta storica? Cosa accade se si impegna Palazzo Te a Mantova, la Grand Place a Bruxelles o il centro storico barocco di Nola? Se si piantano chiodi sulle facciate delle abitazioni, si incastrano strutture e luminarie fra i monumenti, se ne “sputtana”, per così dire, il significato culturale, architettonico, storico, o meramente estetico?
In questi casi, proprio perché si parla di centri storici particolari, da difendere, conservare e valorizzare, cioè di beni comuni, le iniziative private, anche le più lodevoli, vanno sottoposte al vaglio dell’amministrazione e, ovviamente e per le sue competenze specifiche, della sovrintendenza.
Si pensi a quando un esercizio commerciale deve porre una insegna luminosa fuori del negozio: le autorizzazioni valgono per le periferie, figurarsi per vie e piazze che grondano di storia e cultura.
Così, se da un lato i commercianti del centro storico sono quasi commoventi per il loro impegno ad abbellire le vie cittadine, è evidente che i progetti e le soluzioni tecniche dovrebbero passare preventivamente al vaglio delle istituzioni pubbliche, magari di una commissione che vigili costantemente sulle vocazioni e i destini del centro storico e dei suoi monumenti. Così da valorizzare ad esempio piazza delle Erbe e i suoi monumenti, ma senza arrecare danni all’occhio – che magari saranno pure soggettivi – e, soprattutto, alle opere d’arte che contiene.
P.S.: Un danno irreparabile, con le istituzioni conniventi, a piazza delle Erbe è stato già perpetrato, con la colorazione moderna della facciata del Palazzetto della Pace che ne ha distrutto l’originale rivestimento a graffiti geometrici.
Francesco Mattioli
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