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Procura di Viterbo - Recupero 14 Virtù profane - Le indagini proseguono e puntano a ricostruire come gli affreschi strappati da palazzo Spreca siano finiti in Umbria

L’antiquario agli inquirenti: Gli affreschi erano patrimonio di famiglia

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Alcuni degli affreschi portati al museo civico

Alcuni degli affreschi portati al museo civico

Uno degli affreschi del ciclo delle 14 virtù profane

La riconsegna degli affreschi

La riconsegna degli affreschi

Il sindaco Marini e il procuratore capo Pazienti

Il sindaco Marini e il procuratore capo Pazienti 

Gli affreschi erano già nel patrimonio di famiglia.

Emo Antinori Petrini ha dato questa spiegazione agli inquirenti.

Su come gli affreschi strappati da palazzo Spreca siano finiti nelle sue mani, l’antiquario umbro, che li ha esposti alla Biennale romana, non dice altro alla stampa.

Nega di essere indagato per ricettazione e violazione delle norme sul patrimonio artistico. Ma la polizia giudiziaria, mercoledì, gli ha sequestrato dieci affreschi raffiguranti le virtù profane del Quattrocento. All’appello ne mancano quattro, che saranno riconsegnate al comune di Viterbo la settimana prossima.

Le dieci opere recuperate nel blitz dell’altro giorno dal luogotenente Calista e dall’ispettore Orlandini si trovano, da ieri mattina, al museo civico di piazza Crispi(fotocronaca). Tra la soddisfazione del sindaco Giulio Marini e del procuratore capo Alberto Pazienti, che sta conducendo personalmente le indagini.

“L’obiettivo principale della procura è stato raggiunto – dichiara Pazienti -. L’importante è essere riusciti a riconsegnare a questa città un pezzo del suo patrimonio artistico, che Viterbo, con troppa superficialità, rischiava di perdere. Ora bisogna ricostruire come, quando e perché gli affreschi sono stati staccati”.

L’indagine prosegue in questo senso. Nel tentativo di “fotografare” il momento del distacco degli affreschi e tenendo conto di una serie di date e circostanze importanti. Il disbrigo delle pratiche per lo svincolo del palazzo, ceduto dalla Soprintendenza ai privati, sarebbero iniziate nel 1989. La vendita, comunque, sarebbe avvenuta in tre momenti diversi, dall’89 al 2000. L’immobile è stato, praticamente, diviso in più unità e comprato da più privati. Da qui, la prima difficoltà: non esiste un unico proprietario del palazzo, ma ce n’è uno per ogni porzione.

Difficile dire in che anno le 14 virtù profane siano state staccate dalle mura di Palazzo Spreca, nel pieno centro di Viterbo, in via Santa Maria Egiziaca. Ci sarebbe chi dice che nel ’95 erano ancora lì. Esisterebbero, dall’89 in poi, autorizzazioni per lavori di restauro. Ma l’indagine è ancora aperta. E se è stato relativamente semplice scoprire chi c’era a valle, nella cessione degli affreschi, più complicato sarà risalire al soggetto a monte.

Nel frattempo, mentre gli inquirenti indagano, Antonio Di Cioccio, funzionario della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici per Roma, Rieti e Viterbo, precisa attraverso i legali. “Impossibile che possa aver firmato un qualsiasi atto o documento riguardante questo palazzo – spiega il suo avvocato Celeste Santannera -. Nell’89 Di Cioccio lavorava sempre alla Soprintendenza, sì, ma nell’area del Frusinate”.

Di Cioccio, arrestato nel 2009 nel blitz “Dazio”, su un giro di tangenti in cambio di autorizzazioni e permessi, era stato additato come il firmatario di almeno un atto riguardante la cessione del palazzetto nobiliare. Ma se quegli atti risalgono a ventitré anni fa, dice il suo legale, non c’è alcuna possibilità che possa averli sottoscritti. Nell’89 il funzionario non aveva nulla a che fare con Viterbo.


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19 ottobre, 2012

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