Viterbo – Dubbio, incertezza, sopravvivenza, paura per la ripresa. E 15 mila euro al mese di spese da sostenere. Nonostante, gli ultimi 60 giorni siano stati a incasso zero.
Mario Di Dato e Rosita De Prisco sono marito e moglie che 5 anni fa hanno aperto un ristorante-pizzeria in via Cavour a Viterbo. O’ Sarracino. Proprio di fronte, ironia della storia, al punto del palazzo della provincia dove nel ’67 s’arenò la Santa Rosa di Zucchi. Come tutti i ristoratori, sono stati chiusi per due mesi. Come disposto dai decreti del governo per l’emergenza Coronavirus.
Viterbo – Mario Di Dato
Dal 18 maggio, presumibilmente, potrebbero riaprire al pubblico. Ma con regole che i piccoli ristoranti dei centri storici difficilmente potranno sopportare dal punto di vista dei bilanci. E poco tempo per adattarsi. Peggio ancora, con una clientela persa, in molti casi senza lavoro, con i figli a casa, la loro istruzione da seguire, gli affitti e le bollette da pagare. Una clientela che al massimo rischia di andare al ristorante una volta sola. Per curiosità. Per vedere che gusto c’è a ordinare un primo oppure una pizza ai tempi del Covid-19.
Una storia, quella di Di Dato e De Prisco, simile a quella di tanti altri ristoratori che, in piccole realtà come Viterbo, rischiano di essere cancellati per sempre. Impoverendo ulteriormente il centro storico che a quel punto, al netto o di eventi estivi pari allo zero, non avrebbe più alcuna attrattiva. Nemmeno le sedute del consiglio comunale a palazzo dei priori. Perché tanto pure quelle si fanno on line.
Viterbo – Rosita De Prisco
“Viviamo nel dubbio e nell’incertezza di quello che possiamo e non possiamo fare – dice Di Dato -. E di come lo dobbiamo fare. E questo, per andare avanti”. Quasi un gioco di parole che nasconde l’inevitabile domanda. “Che fare?”. La prospettiva per i ristoratori sembra essere quella di incassare poco dopo non aver incassato niente. Il tutto a fronte di spese, migliaia di euro al mese, che restano sostanzialmente invariate. Insomma, un futuro a breve, da qui al prossimo autunno, dove un ristoratore corre il rischio di bruciare in bollette e altre spese pure tutti i risparmi.
Viterbo – Centro storico
“La chiusura di due mesi – prosegue Di Dato – ha rappresentato la perdita di tante certezze e la paura della ripresa. Avevamo tanti progetti. Abbiamo perso una fetta importante del nostro fatturato perché quella che si stava iniziando a preparare era l’alta stagione. Adesso riprenderemo in un momento solitamente fermo, ma con una perdita notevole di fatturato a monte. In questi due mesi ho perso il 30% del fatturato annuale proprio perché era alta stagione. E l’assenza degli eventi estivi ci dà un’ulteriore mazzata”.
“Tranne fare un po’ di spesa in meno, i costi invece sono sempre gli stessi. Le bollette possono calare del 10%. Io ho un esborso economico dai 15 ai 20 mila euro al mese. Così non è possibile nemmeno il pareggio di bilancio. Non ci sono soltanto le bollette, ma tanto altro. Assicurazioni, contratti firmati, pubblicità”.
Viterbo – Via Cavour
Non solo, ma via Cavour, per come è fatta, non consente nemmeno la concessione di spazi pubblici all’esterno dell’attività. A meno che, tenuto conto dell’emergenza, non si chiuda al traffico l’intero centro storico. Residenti inclusi.
“Abbiamo ripreso l’attività di asporto per salvare il salvabile – racconta Mario Di Dato -. Speriamo che le autorità ci diano una mano perché al momento viviamo nell’incertezza più totale. Rispetto ad altri colleghi, avevamo già intrapreso la strada del delivery, cosa che ci ha dato una mano a restare sul mercato. Ora ci stiamo adattando per non morire”.
Viterbo – Mario Di Dato
C’è poi, non da ultima, la perdita di senso della propria identità lavorativa. L’ultima generazione di ristoratori ha investito molto in formazione. Seguendo corsi specializzati e vere e proprie scuole. Con spese notevoli, perché il mercato della formazione è prevalentemente privato. Questo per offrire un servizio in più ai clienti, poterci dialogare e capirne i gusti, anche per fidelizzare in futuro la loro presenza. Se ti so suggerire un vino, tanto per fare un esempio, che non sia solo quello della casa, le cose cambiano.
“Adesso è difficile – dice Di Dato – andare dal cliente che viene a cena e parlarci con la mascherina a due metri di distanza, ascoltando e suggerendo come si faceva prima. Io non me la sento, non è la stessa cosa. E questo è un altro danno che abbiamo subito. Anni di formazione che potrebbero andare in fumo”.
Viterbo – O’ Sarracino
Le ancore di salvataggio in questo preciso istante sono due. La prima è il fatto di essere un’azienda familiare. “Siamo marito e moglie – commenta Di Dato – e copriamo il posto di due lavoratori. Io a volte preparo la pizza e la vado a portare a casa alle persone. Mia moglie fa anche la contabilità e gestisce la sala. Abbiamo anche due lavoratori in cassa integrazione”.
La seconda è il delivery. “La pizza – spiega Di Dato – ci permette di arrivare a casa della gente con una spesa minima. E di mantenere così un rapporto con le persone in vista del futuro. Il vero guadagno. Il fine settimana riusciamo a fare numeri importanti. Dal lunedì al giovedì molto meno. In media durante la settimana vendiamo da 10 a 20 pizze a sera. Nel fine settimana si triplicano. Ma parliamo sempre di numeri che sono al 20% delle nostre potenzialità”.