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Cassazione - Inammissibile il ricorso per motivi psichiatrici di Giuseppe Pasquale di Silvio - Tra i 36 imputati per la maxirissa di capodanno a Mammagialla, è un esponente di spicco della criminalità pontina

“No ai domiciliari, visto che padre, madre e fratelli del detenuto sono tutti in carcere”

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La suprema corte di Cassazione

La suprema corte di Cassazione

Viterbo – (sil.co.) – Impossibile che possa scontare la pena detentiva agli arresti domiciliari “posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere”.

Protagonista un esponente di spicco della criminalità pontina, Giuseppe Pasquale di Silvio, tra i 36 reclusi, 11 italiani e gli altri romeni, coinvolti nella maxirissa di Capodanno del 2014 nel carcere di Mammagialla, il cui bilancio fu di 12 feriti a coltellate, tra i quali uno degli agenti intervenuti, trasferiti a Belcolle a scaglioni, a bordo di altrettante ambulanze, il cui passaggio a sirene spiegate tra la Teverina e la Sammartinese non passò inosservato.

“Posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere”, si legge nelle motivazioni della sentenza con cui la cassazione, lo scorso 17 luglio, ha dichiarato inammissibile il ricorso contro l’ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza di Roma, il 21 gennaio 2020, ha rigettato la richiesta avanzata “per gravi motivi di salute psichiatrica” dai difensori.

Oltre a Giuseppe Pasquale Di Silvio, 32 anni, fu coinvolto nei disordini di Mammagialla anche il fratello Ferdinando alias “Pupetto”, anche lui personaggio di spicco della malavita pontina. La posizione di Pupetto, giudicato “troppo pericoloso” per presenziare al processo assieme agli altri, come avrebbe voluto fare, è stata stralciata il 4 ottobre 2019, affinché possa essere giudicato a parte in collegamento video. Entrambi facevano parte della “banda” degli 11 detenuti italiani.

Giuseppe Pasquale Di Silvio, chiamato a scontare un cumulo di condanne dal tribunale di Latina e nel frattempo trasferito in un carcere capitolino, ha chiesto il differimento facoltativo della esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare da eseguirsi presso una struttura per trattamenti psichiatrici intensivi, ovvero presso il domicilio paterno con obbligo Dsm.

Ma lo scorso 5 ottobre – il giorno successivo all’apertura del processo di Viterbo per la maxirissa a Mammagialla – il tribunale di sorveglianza di Roma ha rigettato la richiesta. “Le sue condizioni di salute – si legge nell’ordinanza – risultano adeguatamente fronteggiabili nella sezione detentiva dei minorati psichici in cui si trova attualmente ristretto”. Il magistrato di sorveglianza, con l’occasione, sottolinea il notevole profilo di pericolosità del condannato, richiamato nelle motivazioni della sentenza della cassazione.

Notevole profilo di pericolosità evidenziato dalla nota della questura di Latina del 7.6.19, che riferisce del suo inserimento con poteri sempre maggiori nell’omonima associazione di criminalità organizzata e della frequente irregolarità della sua condotta penitenziaria, caratterizzata dalla partecipazione ad una rissa aggravata con undici detenuti nel carcere di Viterbo e da due vicende durante la detenzione nel carcere di Velletri, per concorso in resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento oltreché per avere incitato i familiari durante un colloquio a commettere un attentato per dimostrare il potere criminale del clan di riferimento“.

Il magistrato di sorveglianza concludeva definendo “impraticabile” anche l’ipotesi di detenzione domiciliare: “Posto che tutti i diretti familiari del detenuto, ivi compresi padre, madre e fratelli, risultano ristretti in carcere”.

Concorda la cassazione che, giudicando inammissibile il ricorso, ha condannato Di Silvio al pagamento delle spese processuali nonché a una sanzione pecuniaria di tremila euro. 


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21 agosto, 2020

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