Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • YahooMyWeb
    • MySpace
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Agricoltura, ambiente e ricerca - Intervista a Massimo Muganu, ricercatore e docente all'università della Tuscia che sta recuperando varietà coltivate nella Tuscia a rischio estinzione

Gli antichi vitigni autoctoni per i vini del futuro

di Bruno Ronchi - Professore ordinario Unitus
Condividi la notizia:

<p>Massimo Muganu</p>

Procanico in selezione

Procanico in selezione

Le piante del vigneto

Le piante del vigneto

Il professor Bruno Ronchi

Il professor Bruno Ronchi

– Pochi sanno che l’Italia, oltre che produrre ottimi vini, detiene un record mondiale nella “biodiversità viticola”, con 355 vitigni autoctoni, espressione di tradizione e di identità territoriali.

A tale ricchezza dà un forte contributo anche la Tuscia, come dimostrato dalle ricerche condotte dai ricercatori universitari.

Massimo Muganu, ricercatore e docente di Viticoltura all’università della Tuscia (Dafne), ha partecipato a un progetto per la costituzione di una banca dati italiana dei vitigni regionali.

Da cosa nasce l’esigenza di costituire una banca dati sui vitigni coltivati nelle diverse regioni italiane?
“Negli ultimi anni – dice Massimo Muganu – si è sviluppata una forte sensibilità verso problematiche di natura ambientale, che hanno stimolato il mondo scientifico ad approfondire lo studio delle relazioni tra la pianta di vite ed il suo ambiente di coltivazione.

E’ nato così il notevole interesse e la riscoperta dei cosiddetti vitigni autoctoni che, dopo essere stati coltivati per secoli in ambiti territoriali ristretti, sono stati in parte abbandonati a favore di vitigni più produttivi.

Alcuni di questi vitigni autoctoni sono ormai scomparsi, ma molti altri sono stati recuperati e con loro un patrimonio genetico in grado non solo di fornire vini di qualità legati al territorio ma anche di aumentare la tolleranza della pianta a malattie o a situazioni ambientali sfavorevoli, favorendo l’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale.

La costituzione di una banca dati di tutti i vitigni disponibili nelle regioni italiane permetterà di conoscere il patrimonio viticolo esistente, con informazioni dettagliate sulle caratteristiche genetiche, morfologiche e qualitative, al fine di rendere disponibili tali informazioni a viticoltori ed enologi”.

Che tipo di ricerche vengono condotte sui vitigni laziali?
“E’ dal 1987 che si conducono all’università della Tuscia attività di recupero, studio e conservazione in campi collezione dei vitigni tradizionali delle aree viticole del Lazio. Alcune di queste collezioni sono allestite presso l’azienda agraria didattico sperimentale dell’università.

Le attività di ricerca sono incentrate sulla caratterizzazione genetica e morfologica dei vari vitigni e sulla selezione di vitigni o cloni particolarmente adatti alla coltivazione della vite in biologico e sullo studio di resistenze a malattie e stress ambientali”.

Quali sono i vitigni autoctoni più promettenti presenti nel territorio della Tuscia?
“Anche sulla base delle fonti storiche consultate, l’attività di recupero e di successivo studio ha permesso di individuare interessanti biotipi dei vitigni Procanico, Romanesco, Petino e Rossetto (quest’ultimo chiamato erroneamente Greco in alcuni comprensori della Tuscia viterbese). Questi biotipi presentano caratteristiche qualitative delle uve, morfologia del grappolo o tolleranza verso malattie che possono essere valorizzate con la selezione clonale.

Sono stati inoltre individuati nell’areale del lago di Bolsena due biotipi del vitigno Aleatico interessanti per la componente aromatica delle uve e per la forma del grappolo. Infine è iniziata la valutazione di alcune Malvasie recuperate da vecchi vigneti dell’areale della Tuscia”.

Possiamo dunque aspettarci nuovi vini da vecchie viti?
“Pur non trascurando l’interesse che alcuni vitigni individuati presentano nei programmi di miglioramento genetico che si intende avviare, scopo immediato è la valorizzazione enologica del materiale selezionato.

A tal proposito sono già in atto collaborazioni tra l’università ed aziende vitivinicole presenti nel territorio della Tuscia, in particolare con la cantina sociale di Montefiascone, che hanno come obiettivo l’impiego dei vitigni citati per l’ottenimento di vini certamente innovativi per il territorio”.

Bruno Ronchi
Professore ordinario del dipartimento di
Scienze e tecnologie per l’agricoltura, le foreste,
la natura e l’energia (Dafne)
Università degli Studi della Tuscia


Condividi la notizia:
19 novembre, 2012

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY

Test nuovo sito su aruba container https://www.tusciaweb.it/e-il-nostro-primo-natale-facciamoci-un-in-bocca-al-lupo/