![]() Francesco Mattioli |
– Recentemente uno studente mi ha chiesto a lezione perché le economie dei paesi Bric (Brasile, Russia, India, Cina) stiano emergendo prepotentemente rispetto alla crisi del capitalismo occidentale.
Una buona domanda, non credete? I paesi Bric non brillano per democrazia, laggiù le libertà sono precarie, c’è un abisso fra i ricchi e i poveri, la qualità della vita è tutt’altro che soddisfacente. Che significa?
Che democrazia, libertà, rispetto per gli individui, welfare sono cose superate? Di certo, poco più di dieci anni fa i paesi dell’Estremo oriente hanno firmato la dichiarazione di Bangkok, che innova rispetto alla dichiarazione dei diritti dell’uomo, sostenendo che l’individuo può essere sacrificato agli interessi della collettività; lascio alla fantasia del lettore trarre le conseguenze da un’applicazione puntuale di un tale principio.
La democrazia può essere un ostacolo al progresso? Platone nel IV secolo a.C. sosteneva che la democrazia ha il punto debole nel fatto che può degenerare nella demagogia e nella tirannide;
Kurt Lewin nel 1941 si chiedeva perché in pochi anni dittature come quella nazista e quella sovietica fossero diventate tanto forti economicamente e militarmente, e spiegava che se i governanti di una democrazia non sono autorevoli, se non sono guidati da una forte vocazione etica, rischiano di creare solo una babele di interessi privatistici che prima o poi fanno crollare il sistema; come del resto poco prima aveva paventato anche Oswald Spengler, scrivendo il suo allarmato Il tramonto dell’occidente.
Devo dire, come sociologo, ma soprattutto come cittadino italiano, che oggi sono molto preoccupato; non per le tasse, i balzelli, la disoccupazione, che non sono i prodotti della tecnocrazia montiana ma dell’incuria di un sistema Italia che si trova al 77esimo posto nel mondo per corruzione (una “eccellenza” italiana al rovescio, se mi si consente).
Sono preoccupato perché quello che sembra fallire è, sostanzialmente, il sistema democratico. E non solo in Italia. Con la sua domanda quello studente andava effettivamente a chiedere: ma che, per arricchirsi, un paese deve essere totalitario come la Cina, o contraddittorio come l’India e il Brasile?
In realtà, proprio citando Platone o Lewin si comprende come non sia il sistema delle libertà democratiche a minacciare il nostro futuro, ma la sua degenerazione. Sono costretto a citare ancora un classico del pensiero sociologico, Eric Fromm: siamo tutti capaci di pretendere la libertà, che è “libertà da”, libertà da ogni dovere, da ogni responsabilità, da ogni rispetto per l’altro.
Questa è la libertà dell’egoista, dell’incivile, di chi vuol fare quel che gli pare, che non accetta vincoli, leggi, regole. La libertà che diventa licenza. Ma la “libertà di”, la libertà di scegliere, di proporre, di fare qualcosa con gli altri, piuttosto che contro gli altri, questo è il vero esercizio della libertà e della democrazia.
Beh, guardando all’incapacità dell’Europa di fare sistema, ma soprattutto guardando all’Italia degli scandali e degli evasori, allora si capisce la vera origine della crisi. Che cosa è stato il 2012 in Italia? L’anno del qualunquismo, dell’ignoranza e della protervia, del più vieto populismo, dei cervelli all’ammasso e delle manifestazioni di grossolana inciviltà. Dove? Ovunque, in Parlamento, in televisione, nei blog, all’angolo della via, persino davanti ai cassonetti dell’immondizia.
Ce la prendiamo con il governo Monti perché, costretto a fare equilibrismi tra partiti di opposta filosofia, è stato troppo tecnico, a volte ingiusto, anzi doloroso nelle sue decisioni, come sono dolorose del resto tutte le cure da cavallo. Ma chi ha impedito al governo Monti la riduzione del numero dei parlamentari, o la riforma di un sistema elettorale bulgaro, se non tutta la politica tradizionale, impegnata non tanto a fare gli interessi dei cittadini, quanto a proteggere sé stessa? Chi se non la politica italiana, continuando a dibattere di cosa fare di Sagunto, ha lasciato spazio al movimentismo più populista, qualunquista, settario e demagogico?
Sarà un caso, ma il 2012 è stato anche l’anno della credibilità. Un termine che è stato ripetuto ogni giorno migliaia di volte in ogni sede, da X Factor ai talk show televisivi, dal Parlamento alle omelie in chiesa. Tutti a cercare la credibilità, perché si dà per scontato che quello che ascolti e quello che vedi potrebbe essere falso, una recita a soggetto a beneficio di un uditorio di bocca buona.
Credibilità: oggi è talmente difficile essere credibili, che è necessario ribadirlo in ogni istante e chiederselo in ogni istante. E’ più credibile Bersani o Renzi? Monti o Berlusconi? Benedetto XVI o Odifreddi? Zeman o Conte?
Che cosa augurarsi, allora, per il 2013?
Intanto, che rinasca il senso della responsabilità individuale. Un grande senso di responsabilità in chi governa, in chi informa, in chi educa, in chi fa ricerca, in chi cura, in chi lavora, persino in chi protesta. Sapendo soprattutto che il nostro mondo non finisce né oltre le mura del nostro paesello, né ai confini d’Italia, né a quelli d’Europa.
Il battito d’ali di una farfalla a Tokio può far chiudere una banca a New York: è l’aforisma paradossale con cui spesso si descrive la globalizzazione, che è globalizzazione dei mercati sì, ma anche delle idee. Se non ci mettiamo in testa che viviamo in una società globale, continueremo a giocare con le nostre ideologie, i nostri mezzucci, i nostri tarli mentali, le nostre furbate: e il treno ci passerà davanti, ogni giorno più veloce, e non riusciremo più a salirci su.
In secondo luogo, c’è da augurarsi che si attenui l’ipocrisia nella nostra società. Viviamo in una Paese in cui lo stato fa il biscazziere; in cui chi difende le minoranze non lo fa per principio, ma solo perché ha paura di saltare in aria; in cui i partiti fanno politica contro e non per; in cui le donne vengono contingentate per obbligo, invece che per ragione, e sono persino contente di questo.
Però qualcosa si muove, nella confusione dell’incerto, del liquido e dell’ingovernabile. La gente si sta rendendo conto che i burattini non sono la vita vera, e comincia a dare fiducia solo ai fatti; qualcuno sta rispolverando i valori, che per quarant’anni sono stati considerati roba da preti e da poeti dello Sturm und Drang, il che significa che oggi c’è persino chi tenta di “assumersi la responsabilità delle proprie scelte”, chi fa il proprio dovere senza strombazzarlo in giro e, soprattutto, senza esigere un premio speciale; e c’è anche qualche raro esemplare di homo sapiens che ha il coraggio di ammettere la propria ignoranza.
Se anche soltanto queste inusitate tendenze si rendessero sempre più visibili, nell’anno che verrà, sarebbe già tantissimo, perché – a cascata – forse potremmo risolvere tanti altri problemi, politici, economici, etici, generazionali.
Non sono sicuro che queste manifestazioni di civiltà stiano infettando anche la nostra città, da sempre protetta contro minacce di tal fatta dall’efficiente cordone sanitario del provincialismo, ma spero ardentemente che ne sia ampiamente contagiata. E soprattutto che ne sia untore il nostro prossimo sindaco. Buon anno; soprattutto a chi non è d’accordo, perché – come ammoniva Robert K. Merton – se condotta con reciproco rispetto, solo la discussione fa crescere la cultura.
Francesco Mattioli
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