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Corte d'assise - L'imputato era stato bullizzato e minacciato di morte con un rito vudù

Delitto al centro d’accoglienza, il pm chiede 20 anni per omicidio: “Anche se è una vittima, ha ucciso”

di Silvana Cortignani
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Orte - La stanza dell'omicidio - E nei riquadri l'arrestato Imade Robinson e la vittima Eugene Moses

Orte – Il centro di accoglienza (nei riquadri l’arrestato Imade Robinson e la vittima Eugene Moses)


Orte – Omicidio al centro di accoglienza Carpe Diem di Orte, la procura ha chiesto una condanna a 20 anni per Imade Robison, il 22enne nigeriano che la sera del 14 giugno 2020 ha ucciso il connazionale Eugene Moses sferrandogli una sola coltellata che gli è stata fatale.

Ciò non toglie che Robison sia contemporaneamente vittima e assassino, come ha sottolineato lo stesso pm Franco Pacifici. Ma anche se a sua volta è una vittima, ha ucciso: fu omicidio.

Il sostituto, ricostruendo i giorni precedenti alla tragedia, ha ricordato gli eventi prodromici che secondo l’accusa spiegano la condotta aggressiva dell’imputata, persona conclamata come mite, che anche ieri, sollecitato dal difensore Pasquale D’Incecco del foro di Pescara a rilasciare spontanee dichiarazioni, è scoppiato in un pianto dirotto non riuscendo a tenersi in piedi nonostante l’aiuto degli agenti della penitenziaria che lo hanno scortato in tribunale dal carcere di Mammagialla. 

Un “pianto sincero” secondo il sostituto procuratore. “L’esperienza – ha detto – ci ha insegnato a distinguere tra le scene di disperazione di chi cerca l’impunità e quelle reali, l’imputato in questo caso sta male veramente”.


Omicidio di Orte - Il corpo di Moses coperto da un lenzuolo su Facebook

Il cadavere di Moses nel corridoio davanti alla stanza 207


“Non ci sono dubbi – ha detto Pacifici – che l’imputato sia stato bullizzato da Moses e minacciato di morte tramite pratiche magiche”.

“Parlando al telefono davanti a lui con un interlocutore rimasto occulto – ha quindi spiegato – Moses ha ‘ordinato’ un rito vudù per far morire Robinson entro tre giorni, spaventandolo a morte. Per la nostra cultura può essere risibile, ma nella loro cultura ci credono e ne va tenuto conto. Siccome era più grande d’età, circostanza che non è stata smentita, Moses inoltre gli diceva ‘tu sei più piccolo quindi posso menarti’. Infine c’è la vicenda della sedia di Robinson, che Moses ha preso per la sua festa di compleanno e gli ha riconsegnato rotta”.

La sedia rotta sarebbe stata il movente del litigio, sfociato nella coltellata. “Sferrata da Robinson a Moses quando lo aveva già allontanato con una spinta e gli aveva fatto cadere a terra il coltello. L’imputato a quel punto poteva allontanarsi, chiudersi dentro la stanza, darsi alla fuga, invece, per sua stessa ammissione durante l’interrogatorio, lo ha colpito al petto, penetrando con la lama per una decina di centimetri, trapassandogli un polmone e perforando l’aorta toracica, provocandogli la devastante emorragia che in breve gli è stata fatale. Per questo non si è trattato di omicidio preterintenzionale, ma di omicidio volontario“.


L'omicidio di Orte riportato da giornali e social in Nigeria

L’omicidio di Orte riportato da giornali e social in Nigeria


Non la pensa così l’avvocato D’Incecco. “E’ stata legittima difesa – ha detto – il mio assistito non ha colpito una persona disarmata, ha colpito Moses mentre era chino per raccogliere il coltello e tornare ad attaccarlo. Un coltello seghettato con la lama lunga 30 centimetri, che Moses aveva introdotto nel centro di accoglienza chissà perché, non un coltello da cucina usato per mangiare come quello usato da Robinson”.

L’imputato, in particolare, avrebbe detto: “L’ho colpito perché mi ha attaccato per primo e prima che potesse colpirmi lui, l’ho colpito io, ma non volevo ucciderlo, volevo colpirlo alla spalla per fermarlo”.

Un omicidio d’impulso per il pm, “uno sfogo per quanto subito”, ma pur sempre un omicidio, anche se per la procura “Robinson è più che meritevole di tutte le attenuanti”. 

“Imade non è un assassino – ha ribadito il difensore – è uno dei pochi nigeriani che non beve, giocava a calcio, partecipava a tutti progetti per favorire l’inserimento”.

“Moses – ha proseguito – era un violento, era stato chiesto un suo allontanamento alla prefettura dai gestori della struttura a causa dei continui problemi che creava, era un delinquente, che lo ha fronteggiato con in mano un coltello aperto lungo 30 centimetri”.

E ancora: “La tragedia non è avvenuta ‘al rallentatore’, sono stati pochi attimi concitati. Non sono stati futili motivi, Imade era stato bullizzato, c’è stato l’episodio del rito vudù. Moses si è chinato a raccogliere il coltello per riarmarsi e Robinson lo ha colpito, per poi scappare via, lui era spaventato, temeva per la sua vita e voleva solo sfuggire al suo aggressore. E’ stata legittima difesa con un epilogo tragico”.

Al termine della discussione, il processo è stato rinviato al prossimo 8 novembre quando la corte d’assise presieduta dal giudice Eugenio Turco si riunirà in camera i consiglio per la sentenza. 

Silvana Cortignani


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21 settembre, 2021

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