Polizia – Operazione Castro
Viterbo – (sil.co.) – Riciclaggio di auto rubate, una delle vittime racconta come la macchina nuova gli sia stata sequestrata dalla polstrada appena otto mesi dopo l’acquisto. “Ma il rivenditore me ne ha data subito un’altra di valore anche superiore ha detto.
E’ ripreso così, martedì davanti al collegio, il processo al rivenditore 44enne dell’alta Tuscia, colpito durante il lockdown dalla misura interdittiva del divieto di commerciare vetture per sei mesi nell’ambito dell’operazione Castro. Secondo l’accusa avrebbe commercializzato presso il suo autosalone vetture provento di furto. Per l’esattezza 13 auto “clonate”, vendute ad altrettanti ignari acquirenti viterbesi. Lui si è sempre difeso sostenendo di essere a sua volta vittima del presunto complice.
Nel maggio 2020 il 44enne fu denunciato a piede libero, mentre finì agli arresti domiciliari col braccialetto il presunto complice, il fornitore dei veicoli, Vincenzo Maresca, un 34enne di origini partenopee, uscito dal processo patteggiando una condanna a tre anni e mezzo, con lo sconto di un terzo della pena previsto dal rito alternativo.
Polizia stradale – Operazione Castro
Sfilano le presunte vittime del commerciante
Il 15 febbraio sono state sentite alcune delle presunte vittime del commerciante, nessuna delle quali si è costituita parte civile, mentre si sono costituite parte civile le assicurazioni. Tra loro un cliente di vecchia data, che nel corso degli anni dall’imputato ha acquistato più vetture, l’ultima delle quali una Fiat Cinquecento comprata nella primavera 2018 con un finanziamento. “Successivamente ho saputo dalla polizia stradale di un’altra auto intestata a me di cui non sapevo nulla, con documenti che io non ho mai firmato. Ma al commerciante non ho mai chiesto spiegazioni”, ha riferito al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco.
“Auto sequestrata dopo otto mesi dalla polstrada”
Più interessante la deposizione di un altro acquirente, anche lui di una Fiat Cinquecento, pagata 14.500 euro e portata a casa il 17 maggio 2018, risultata essere una delle 13 vetture taroccate per mascherarne la provenienza illecita. “Aveva 27mila chilometri ed era perfetta. Quando l’ho scelta, nel piazzale della rivendita, non aveva la targa, in quanto era d’importazione e non era stata ancora nazionalizzata”, ha spiegato il teste. “A distanza di otto mesi, nel gennaio 2019, me la sono vista sequestrare dalla polizia stradale”.
“Era il clone di un altro veicolo circolante all’estero”
“In base ai controlli – ha proseguito il testimone – il numero del telaio risultava abraso, modificato, clone di un altro veicolo circolante in un’altra nazione. Sono corso a dirlo all’imputato, che non appena ha saputo di avermi venduto un’auto taroccata, mi ha risarcito subito con un’altra vettura, di valore forse anche superiore”, ha concluso.
“L’imputato ha risarcito tutti i clienti”
Il difensore Samuele De Santis ha colto l’occasione per ribadire quanto sostenuto dal principio. “Il mio assistito è anche lui una vittima, si è fidato del fornitore, ma non appena ha capito ha provveduto immediatamente a risarcire i clienti a proprie spese. Abbiamo tutte le carte”, ha ricordato al collegio al termine dell’udienza. “Il mio assistito in questa vicenda è parte offesa. Basta vedere il suo volume d’affari per capire che è una vittima. Si tratta di una società che non aveva alcuna necessità di immettere sul mercato auto che non fossero sicure. Le auto gli sono state proposte da un commerciante che lo ha raggirato”, è tornato a sottolineare De Santis.
Si tornerà in aula il17 maggio.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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