Una pattuglia della polizia presidia il centro – foto d’archivio
Viterbo – (sil.co.) – Massacrata di botte dal compagno per otto anni, anche quando era incinta. L’ultimo episodio risale al 27 novembre 2019 quando, dopo che era finalmente riuscita a lasciarlo, l’avrebbe picchiata con una spranga lunga oltre 80 centimetri tentando la fuga prima dell’arrivo della polizia al quartiere di Santa Barbara.
Il movente sarebbe stato un cucciolo di cane che l’uomo, allontanato di casa dalla ex decisa a chiudere definitivamente la lunga e tormentata convivenza, avrebbe voluto portare via.
Il processo si è concluso ieri con l’assoluzione dall’accusa di maltrattamenti in famiglia, dopo che la stessa accusa ha chiesto la riqualificazione del reato in lesioni gravi. Ne ha preso atto il giudice Francesco Rigato, che per le ferite riportate dalla vittima ha condannato l’imputato a 6 mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena, contro gli 8 mesi chiesti dal pm.
E’ stata convincente la difesa, rappresentata dall’avvocato Luigi Mancini, il quale ha ricordato come nel corso del processo sia emerso che la presunta spranga di ferro luna oltre 80 centimetri, fosse in realtà un’asticella di alluminio: “Di quelle usate per aprire e chiudere le tende delle serre, del peso di non più di due etti, assolutamente non idonea a offendere. L’alluminio si piega e si spezza in un niente”.
L’avvocato Luigi Mancini
Imputato un 35enne viterbese già condannato a un anno e due mesi nel 2017 per violenza domestica, sul cui capo pendono più procedimenti penali per violenza di genere, la cui vittima è sempre la stessa 39enne che per anni e anni lo ha perdonato.
“La donna era stata colpita ripetutamente alle braccia e a una spalla con una sbarra di metallo, che poi aveva gettato per terra mentre se ne andava”, ha detto uno dei poliziotti intervenuti durante l’udienza dello scorso 5 aprile.
L’imputato è stato condotto in questura, la ex al pronto soccorso di Belcolle, dove è stato attivato il percorso rosa ed è stata subito presa la denuncia. Per la donna l’ennesimo pestaggio è finito con una prognosi di 20 giorni.
“Mi ha rotto le costole, perforato un polmone, ferito a una mano, ho avuto quattro punti alla tempia. Una violenza continua. Ho l’orecchio mozzato perché una volta mi ha fatto mordere dal suo cane pitbull e ho perso mezzo orecchio”, ha raccontato la donna il 9 ottobre 2020 alla prima udienza del processo.
L’imputato è gravato da numerosi precedenti per lesioni, tra i quali il pestaggio con una prognosi di trenta giorni, il 15 febbraio 2016, di una 39enne vicino a una sala giochi del capoluogo, aggredita per un debito, per il quale ha patteggiato una condanna a sei mesi per lesioni personali gravi e danneggiamento aggravato, venendo subito rimesso in libertà. Nel 2017 è inoltre finito tra gli indagati di una maxinchiesta per associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, anche per detenzione di sostanze stupefacenti. E sempre nel 2017 è stato condannato a un anno e due mesi per violenza domestica nei confronti dell’attuale vittima.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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