Viterbo – Il comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo e il comandante della polizia urbana Mauro Vinciotti hanno molte ragioni nella valutazione della criminalità a Viterbo; d’altronde sono loro che hanno la possibilità di toccare con mano, di affrontare quotidianamente i problemi della sicurezza cittadina.
Francesco Mattioli
Visti i dati, qualitativi e quantitativi, si potrebbe dire che a Viterbo più che di criminalità si debba parlare di devianza. Quale è la differenza? Non tanto nella virulenza di taluni atti, ché sia l’una che l’altra possono condurre a comportamenti altrettanto gravi ed estremi, quanto nell’origine, nelle cause sociali.
La criminalità si manifesta come una azione espressamente e sistematicamente condotta in contrasto con la legge; talvolta è organizzata e spesso tende ad insinuarsi negli spazi del benessere: si pensi alle attività di stampo mafioso, alle speculazioni illecite, all’hackeraggio, alla rapina e al furto.
La devianza invece è figlia del degrado sociale, della marginalizzazione, dell’esclusione e talvolta si incrocia persino con l’istinto di sopravvivenza e di adattamento degli esclusi. Scriveva David Matza, nel suo famoso Becoming deviant (1969), che mentre la criminalità è una lotta per il potere, la devianza è una forma di sopravvivenza nell’angolo buio in cui taluni individui vengono relegati, per svariati motivi: generazionali, etnici, socioculturali. Ed è in questo angolo buio che gli outsiders, come li definisce Howard Becker, cioè i “fuori posto”, cercano di adattarsi e di sistemarsi, di dettare le proprie regole, di ritrovare un’autostima e un qualche tipo di considerazione sociale.
C’è tuttavia una continuità tra criminalità e devianza, perché sovente la prima utilizza la seconda come manovalanza bruta, ad esempio del controllo e nella distribuzione della droga, mentre la seconda talvolta funge da “scuola” per poi fare il salto di qualità verso la criminalità vera e propria. La stessa violenza di genere, che è criminale negli esiti, è tuttavia anche figlia di un più vasto processo di cambiamento socioculturale che produce resistenze e quindi atteggiamenti devianti. Ma non è questa la sede per insistere su tale argomento che meriterebbe una più profonda valutazione sociologica (tra l’altro ampiamente delibata).
Che a Viterbo il livello di criminalità sia tra i più bassi è un dato che conforta. Ma non autorizza a tirare un sospiro di sollievo o a sottovalutare il problema della sicurezza urbana.
Intanto, c’è una questione di natura quantitativa. Le manifestazioni di devianza hanno incrementato la loro violenza. Fino agli anni ’80 il deviante era per lo più uno “fatto”, un ubriacone, un ladruncolo, un vandalo che se ti vedeva fuggiva insinuandosi nei vicoli più inaccessibili della periferia. Oggi è uno che spesso agisce in gruppo, per quanto sbracato, e che per uno sguardo di traverso è capace di attaccarti con il tirapugni e il coltello sguainato. E il suo regno è quasi sempre il centro storico. La storia più o meno recente della città annovera fin troppi episodi, anche dall’esito tragico, di situazioni del genere, sovente accidentali e apparentemente immotivate. E intanto si abbassa anche l’età media del vandalo e dell’aggressore…
C’è una devianza di ispirazione generazionale che si muove quasi ritualisticamente attorni ai luoghi della movida; dove si beve, si fuma, si osa e quindi si eccede.
Ma c’è da considerare soprattutto una devianza “strutturale”, innescata dall’esclusione sociale. Questa devianza aumenta la sua visibilità anche perché si moltiplicano gli “angoli bui” della società e si dilata la zona degradata del centro storico. Cala il numero degli abitanti del centro, diminuiscono le attività commerciali, restringendosi ad uno spazio sempre più modesto che gravita ormai si e no su Corso Italia, Via Marconi e il percorso turistico che sale a Palazzo Papale e a San Pellegrino. Così abitare in centro perde il suo fascino e diventa invece la prerogativa delle famiglie immigrate, spesso di modeste condizioni economiche, che trovano affitti più bassi e allo stesso tempo sperimentano una sorta di “riproduzione” della vita comunitaria e di certe adiacenze sociali a cui erano abituate in patria.
Tuttavia ancora oggi immigrazione può significare marginalità, frustrazione individuale e sociale, necessità di un adattamento che spesso viaggia sui precari confini della legalità. Ed è una precarietà che, rispetto a quella meramente generazionale vissuta temporaneamente e quasi consumisticamente, provoca una forte insicurezza quotidiana.
Così molti sono indotti a praticare affarismi illeciti (mercato della droga e prostituzione), azioni violente (risse di gruppo), comportamenti trascurati e disordinati (accumulo di immondizie, vandalismi, ecc.). E se questo inizialmente accadeva soprattutto a San Faustino, perché tradizionalmente più eccentrico rispetto al resto del centro storico, oggi si rivela in tutte quelle vie in cui si è verificato un progressivo processo di desertificazione sociale e si è perso lo spontaneo e originario neighborhood watching dell’abitare e del vivere cittadino.
Ricordo ancora le parole di Nello Celestini, che era originario di San Faustino: lui diceva che nel quartiere c’era tanta coesione sociale, si era tutti amici, ci si definiva “paesani”, e che lo stesso avveniva al Pilastro, dove era andato ad abitare. Ma eravamo a metà degli anni ’70: c’erano i negozi, gli artigiani, gli anziani seduti sull’uscio di casa a conversare, i ragazzini che giocavano a palla in piazzetta. Insomma, altri tempi.
Il problema della sicurezza ha certamente delle possibili soluzioni. Ma vanno praticate con intelligenza e senza alcuna demagogia.
C’è innanzitutto la necessità di una prevenzione cosiddetta “primaria”: si tratta di rimuovere le cause originarie, quindi le condizioni di marginalità attraverso una diuturna e sostantiva politica di inclusione sociale. Non è facile; necessita infatti di un’azione a medio e lungo termine sulla dimensione culturale e su quella strutturale, perché implica strategie occupazionali ed educative, la rimozione di pregiudizi, una serie di investimenti in controtendenza per un recupero socioeconomico del centro storico. Insomma complesse e stringenti politiche di rigenerazione urbana e di riequilibrio sociale. Una sfida gigantesca per un impegno che anche altrove, nelle megalopoli o nei piccoli centri, non appare facile da onorare.
Il mondo, la città, il costume, i bisogni, sono in costante evoluzione. Oggi sembriamo più soli, più esigenti, più diffidenti, più rissosi, ma anche più esibizionisti, perché siamo più incerti del futuro e preferiamo goderci il “qui e ora” che riusciamo a catturare. Così il senso civico della comunità – quello che garantisce e salva la convivenza – emerge solo a tratti, va costantemente alimentato, aiutato, incoraggiato, rassicurato.
Per conseguenza, accanto a quella primaria è necessaria anche una prevenzione “secondaria”, cioè immediata, che dissuada e scongiuri la criminalità e la devianza a partire da una presenza e da una vigilanza costante sul territorio, attuata in modo strategico e capillare. Il problema non è tanto quello di reprimere e di perseguire l’azione criminosa o destabilizzante, quanto quello di evitare che si verifichi. Altrimenti accade che mentre “purifichi” un giardinetto dove ci si scambia droga, se ne apre un altro in un quartiere limitrofo… In questi casi il punto dolente è costituito dalla reale disponibilità di uomini e mezzi, già impegnati anche in altre attività di controllo e di repressione del crimine, ad esempio a partire da una crescente violenza di genere, ma anche dalle sempre attive e sinuose manifestazioni della criminalità organizzata. Senza contare gli impegni burocratici, specie della polizia urbana, che sottraggono personale ai compiti di vigilanza, e che dovrebbero essere svolti da altri uffici dedicati.
Così, si evidenzia sempre più la grande utilità di una diffusione capillare della video sorveglianza, specie a fini meramente dissuasivi; con buona pace di chi grida all’offesa della privacy rispolverando il rischio di un Grande Fratello. Perché su una cosa occorre essere chiari: a casa tua puoi comportarti come credi (e fino ad un certo punto, se coinvolgi altri soggetti…), ma nel luogo pubblico e di interesse pubblico, tu sei un individuo pubblico, soggetto a determinate regole comportamentali legate ad una convivenza civile.
C’è un ultimo punto che è necessario affrontare e del quale mi sembra che siano ben consapevoli i dirigenti delle forze dell’ordine locali. Numerose indagini sulla qualità della vita hanno dimostrato che quel che conta è la “percezione” del pericolo, non la sua reale entità.
È un fenomeno che riguarda pressoché tutta la vita associata dell’Uomo: ha a che fare con quella che gli psicologi sociali hanno chiamato “senso di privazione relativa” o confirmation bias e che i sociologi attribuiscono al processo di costruzione sociale del senso delle cose. Fatto sta che paradossalmente gli abitanti di una città “tranquilla” si possono sentire più minacciati di quelli di una città più violenta; proprio perché sono abituati ad una buona qualità della vita e un singolo episodio deviante può incidere pesantemente sulla loro percezione del pericolo. Senza contare che, in presenza di un tessuto sociale multietnico, la diversità può far paura oltre ogni ragionevolezza e fa scattare le forme più becere di pregiudizio sociale.
Certi timori sono emersi anche dall’indagine condotta nel 2012 tra i giovani viterbesi da parte del comune assieme all’università di Roma “La Sapienza”, intitolata “Viterbo città sicura e sodale” e diretta dal sottoscritto.
San Faustino, Valle di Faul e Pratogiardino erano già indicati come luoghi “critici” dagli intervistati, molti dei quali mostravano inquietudine verso la sicurezza cittadina, fino a privarsi di alcune opportunità e di qualche divertimento per paura di incappare in situazioni spiacevoli. E questo, a dispetto di dati statistici che, dieci anni fa, erano ancora più incoraggianti di oggi.
Forse è per questo che ormai si parla sempre più spesso di “prevenzione terziaria”, o integrata, cioè di una strategia composita fatta innanzitutto di investimenti sociali, ma anche di un forte controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine, e di una più attenta e attiva partecipazione dei cittadini, di ogni categoria, classe ed etnia.
L’importante è che certi problemi vengano affrontati lucidamente, secondo criteri di una comune etica sociale, magari con il conforto dell’analisi sociale piuttosto che con discordanti espressioni ideologiche di parte. Siamo tutti d’accordo che deve essere la politica a compiere certe scelte. Ma dovrebbe farlo la Politica con la P maiuscola, purtroppo raramente praticata, piuttosto che quella delle parole d’ordine di partito o delle manovre di corridoio di coalizione.
Francesco Mattioli
Fotocronaca: I controlli tra piazza Fontana grande e San Faustino – Il posto di blocco al Sacrario – Il quartiere San Faustino
Articoli: Mauro Vinciotti (polizia locale): “San Faustino, i negozi sono fondamentali per combattere il degrado…” – Andrea Antonazzo (carabinieri): “A San Faustino non c’è un problema sicurezza, semmai la questione vera è il degrado…” – Controlli a tappeto dei carabinieri in tutto il centro storico – Controlli antidroga e dei green pass in alcuni bar del centro
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