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Omicidio di Oriolo Romano - Le motivazioni del giudice Salvatore Fanti

Ha colpito il fratello per ucciderlo

di Stefania Moretti
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Vasilica Goldum, arrestato per omicidio del fratello

Vasilica Goldum

Vasilica Goldum, le immagini dell'arresto

L'avvocato Massimo Rao Camemi

L'avvocato Massimo Rao Camemi, difensore di Goldum

– Omicidio d’impeto. Ma pur sempre omicidio.

Non vede altre strade il giudice Salvatore Fanti. Per l’assassinio di Oriolo Romano, il gup di Viterbo non crede né all’incidente né alla legittima difesa. Quello avvenuto la notte del 18 settembre 2011, nella campagna oriolese, è stato un delitto in piena regola.

Il perché è scritto in nove stringate pagine di motivazioni della sentenza. Tre mesi fa, il tribunale di Viterbo condannava a dodici anni Vasilica Goldum, pastore romeno 37enne, per aver ucciso il fratello minore Mihai. Una lite finita nel sangue e iniziata per gelosia: Vasilica accusa Mihai di avere, da tre anni, una relazione con sua moglie. Volano minacce e parole grosse. Poi, la coltellata al cuore. L’unica, che però uccide subito Mihai .

La difesa di Vasilica, come si legge nelle motivazioni, sosteneva che Mihai “nel tentativo di colpirlo con una sedia, avrebbe perso l’equilibrio, cadendo sul coltello che lui teneva in mano, essendosi girato su se stesso per evitare il colpo, mentre si appoggiava al tavolo per non cadere”. Ma, il gup fa notare che “se avesse avuto in mano il coltello, Vasilica, essendosi a sua volta girato per evitare la sedia, per non cadere si sarebbe verosimilmente aggrappato al tavolo, mollando il coltello o conficcandolo sul tavolo”.

La nuova dinamica suggerita dalla difesa, tra l’altro, “è in insanabile contrasto con quanto dichiarato da Vasilica sul luogo e nell’immediatezza del fatto”. Sin da subito, infatti, il pastore “faceva capire ai militari di aver avuto un diverbio col fratello e che, nel corso della discussione – degenerata – l’aveva colpito con un coltello”.

Ma, per il giudice, c’è dell’altro: “la posizione in cui è stato trovato il cadavere (al centro dell’ovile, supino, riverso a terra e in una pozza di sangue, ndr), le condizioni del tavolo, le posizioni della sedia e degli schizzi di sangue con proiezione evidenziati sulla parete della vasca sono incompatibili con la versione difensiva”.

C’è poi un testimone oculare: un cugino dei due fratelli, che conferma che “mentre Mihai aveva tra le mani la sedia, tentando di colpire Vasilica, questi ha afferrato un coltello che aveva addosso e gli ha sferrato una coltellata”. L’avvocato di Vasilica, Massimo Rao Camemi, obietta che il cugino ha subito minimizzato, al telefono con l’altro fratello dei due, Sergiu. Diceva che “Vasilica aveva inavvertitamente colpito Mihai”, ma il giudice lo considera più un “tentativo di edulcorare la tremenda notizia”.

Infine, c’è la “palese sproporzione tra la presunta difesa e l’offesa”. Da quanto dice il cugino, Mihai era molto più ubriaco di Vasilica e “più volte aveva invano tentato di alzarsi per colpire il fratello”. Ma, vista l'”estrema precarietà per l’ebbrezza alcolica”, il cugino era facilmente riuscito a bloccarlo. E altrettanto facilmente, per il giudice, Vasilica poteva difendersi.

Un tragico gesto dettato dall’alcol e dalla gelosia, di cui l’omicida si è subito pentito. “Non lo volevo fare, non volevo”, ha continuato a ripetere Vasilica ai carabinieri, mostrando loro il coltello. Resta comunque il fatto che “la violenza, le modalità con cui la coltellata è stata inferta, la zona cardiaca attinta dal colpo, radicalmente escludono ipotesi diverse da quella del dolo diretto, seppure d’impeto”.

Per il gup, Vasilica merita comunque le attenuanti generiche. “Sia perché dopo l’omicidio, per il tramite del cugino, si è attivato nel chiamare il proprio datore di lavoro; sia perché ha cercato di tamponare il sangue che fuoriusciva dalla ferita” inflitta al fratello. A differenza del pm Fabrizio Tucci, che aveva chiesto quattordici anni, il giudice ha considerato le attenuanti prevalenti sull’aggravante di aver ucciso un membro della sua famiglia. Da qui, la condanna a dodici anni.

La difesa ha tempo quarantacinque giorni dal deposito delle motivazioni per impugnare la sentenza. Quasi sicuramente, il processo continua in appello.

Stefania Moretti


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17 marzo, 2013

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