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Tribunale - Imputato di maltrattamenti aggravati in famiglia si difende in aula

“Non l’ho picchiata quando era incinta, è stata lei a schiaffeggiarmi”

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Viterbo – (sil.co.) – “Mi ha picchiata quando ero incinta, così ho deciso di abortire”. E’ stata  l’agghiacciante testimonianza in aula, lo scorso 15 febbraio, dell’ennesima presunta vittima viterbese di un caso di violenza di genere. 

Diversa la versione del presunto aguzzino, difeso dall’avvocato Marco Valerio Mazzatosta, che ieri si è sottoposto a interrogatorio davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini, prima di passare la parola ai testimoni della difesa. E’ imputato di maltrattamenti aggravati in famiglia. 

Era l’inizio di settembre di tre anni fa. “Non ho idea di cosa sia successo, dovevamo andare insieme dal ginecologo, perché io le avevo detto che mi sarei fatto carico del bambino. Ma lei non è venuta e io non ho mai saputo cosa sia successo”, ha detto l’imputato, spiegando che la relazione, dopo una convivenza di appena un paio di mesi, tra luglio e agosto 2019, si era già conclusa.


Tribunale di Viterbo - L'aula di corte d'assise

Tribunale di Viterbo – L’aula di corte d’assise


Secondo la parte offesa, la sera del 22 agosto 2019, in preda ai fumi dell’alcol, l’imputato l’avrebbe picchiata davanti al figlioletto avuto da una precedente relazione e sarebbe scappato di casa ubriaco a bordo della sua macchina, portandosi dietro circa 5mila euro in contanti di un finanziamento sottoscritto dalla vittima. L’ex ha negato. 

Passati altri tre mesi, il 7 dicembre 2019, la presunta vittima, parte civile con l’avvocato Daniele Nocera, con cui l’imputato lavorava nello stesso ristorante, lo ha denunciato. 

Era la vigilia dell’Immacolata. Lei lo avrebbe fatto salire in macchina all’uscita dal lavoro con la scusa di un passaggio, per un chiarimento relativo alla restituzione non ancora avvenuta dell’ingente somma di denaro. Avrebbero litigato, lei gli avrebbe detto di scendere, lui le avrebbe strappato la chiave dal cruscotto poi l’avrebbe picchiata un’altra volta, riducendola a un ammasso di lividi per cui è stata costretta a ricorrere alle cure dei sanitari del pronto soccorso, urlandole dietro: “Assassina di bambini”.

“E’ stata lei a insistere perché salissi sulla sua auto a fine lavoro, dicendo che voleva parlarmi a tutti i costi, anche se era mezzanotte, bloccando nel parcheggio del ristorante la vettura del collega che mi stava dando un passaggio a casa, finché non sono sceso e andato via con lei. Abbiamo discusso, allora lei mi ha fatto scendere, prendendomi a schiaffi e lasciandomi a piedi in mezzo alla strada, dove mi è venuto a recuperare mio fratello, trovandomi col sangue che colava dal naso”, ha detto l’imputato. 

Il prossimo 12 luglio saranno sentiti il fratello e un altro testimone. 


– “Mi ha picchiata quando ero incinta, così ho deciso di abortire…”


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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11 maggio, 2022

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