Violenza sulle donne – foto di repertorio
Viterbo – Al via il processo al pastore d’origine romena la cui moglie, lo scorso 13 gennaio, ha percorso 7 chilometri a piedi nudi per chiedere aiuto ai carabinieri di Farnese dopo che il marito, ubriaco già alle 11 del mattino, l’aveva pestata a sangue per non avere trovato il pranzo pronto, in uno dei casolari isolati nei 600 ettari di terreno invaso dai partecipanti al rave party della scorsa estate sulle rive del lago di Mezzano.
La moglie, che nel frattempo, nonostante una prognosi di dieci giorni, lo avrebbe perdonato, sarebbe tornata a vivere con l’imputato, recandosi personalmente in caserma per chiedere ai carabinieri della stazione di Farnese se fosse possibile revocare la misura a carico del marito dell’allontanamento e del divieto di avvicinamento a una distanza inferiore agli 800 metri da lei e dai due figli, un maschio e una femmina, di 11 e 15 anni.
Come si ricorderà, tramite l’avvocato Enrico Valentini, difensore dell’imputato, l’imprenditore Piero Camilli, datore di lavoro della coppia, dopo l’arresto si era offerto di dare loro una mano, trovando una sistemazione alternativa a Sorano a moglie e figli, per consentire all’uomo di restare nel casolare e proseguire la sua attività lavorativa con il bestiame.
Si è scoperto che il pastore, nel corso di questi sei mesi, non ha mai volato la misura, mentre la moglie sarebbe stata trovata più volte all’interno del casolare, col dire che voleva tornare a vivere stabilmente col marito. Intanto va avanti il processo per maltrattamenti aggravati in famiglia, e anche per il porto di un fucile e due cartucce illegalmente detenuti, trovati nascosti sotto un telo in un magazzino vicino al casolare su indicazione della donna.
Sul posto i carabinieri – foto di repertorio
La coppia, che risiede nel podere isolato sul lago di Mezzano più o meno dal 2004, in quasi vent’anni di convivenza non ha mai richiesto l’intervento dei carabinieri anche se lo scorso 19 gennaio, all’udienza di convalida davanti al collegio, disse “Era capitato anche prima”, ridimensionando però le accuse e rimettendo la querela per i reati non perseguibili d’ufficio.
Davanti al collegio presieduto dal giudice Elisabetta Massini hanno testimoniato ieri i carabinieri intervenuti per primi in soccorso della vittima dopo la chiamata al 112 in cui diceva “Correte, correte, mio marito mi ha picchiato, lago di Mezzano” prima che cadesse la linea.
“Scalza e insaguinata ha fatto 7 chilometri a piedi per sfuggire alle botte del marito”, hanno spiegato. “La linea è caduta quando il marito le ha strappato il telefono dalle mani per poi bruciarlo nel fuoco del camino acceso”, hanno precisato i militari alla pm Eliana Dolce, raccontando di essere accorsi sul posto, molto isolato, col fattore della tenuta agricola di Camilli.
Il marito era a casa, con la parte sinistra del volto e le mani insanguinate: “Ci disse che era sangue di animali, poi ha confessato che era il sangue della moglie che gli era schizzato addosso mentre la picchiava”. Anche la vittima aveva il viso e i vestiti grondanti sangue, a causa del feroce pestaggio.
L’avvocato Enrico Valentini
“In cinque non riuscivamo a bloccarlo”
“Io non mi muovo senza i miei figli”, avrebbe detto l’uomo alla vista delle divise, mentre i due minori venivano riaccompagnati a casa da scuola ignari dell’accaduto. “Tanta è stata la resistenza passiva, che in cinque non riuscivamo ad ammanettarlo. Alla fine è salito sull’auto di servizio solo quando abbiamo fatto salire con lui anche uno dei figli, il maschio”, ha spiegato al giudice il comandante dei carabinieri di Farnese.
Sette chilometri a piedi nudi sulle strade sterrate
La donna, scappata di casa senza scarpe e con un coltello in mano, per difendersi dal marito armato a sua volta di coltelli, ha cominciato a correre lungo le strade sterrate, difficili da praticare perfino con trattori e fuoristrada, percorrendo tutto d’un fiato i 7 chilometri necessari per raggiungere la stazione dei carabinieri di Farnese.
La sua versione sarà sentita alla prossima udienza del processo rinviato al prossimo 15 febbraio.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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