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Tribunale - Il processo è stato sospeso due anni per verifiche psichiatriche - L'imputato è accusato di violenza sessuale, maltrattamenti e lesioni

Costretta a convivere con botte e minacce, sentenza dopo 9 anni

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Vetralla – (sil.co.) – Il processo avrebbe dovuto chiudersi prima della pausa estiva, invece per un problema di composizione il collegio la discussione è stata rinviata al 14 dicembre.

Per quella data saranno passati esattamente nove anni dai fatti che hanno spinto una giovane a denunciare per i gravi reati di violenza sessuale, lesioni e maltrattamenti in famiglia un coetaneo di Vetralla con cui avrebbe convissuto a singhiozzo per un brevissimo periodo, tra la vigilia di Natale 2013 e l’inizio di marzo 2014.

L’imputato è difeso dall’avvocato Antonella Fiore Melacrinis, mentre la presunta vittima si è costituita parte civile, così come l’associazione antiviolenza Erinna, cui a suo tempo la parte offesa si è rivolta per avere assistenza e aiuto. 


Violenza (Immagine di repertorio)

Violenza – Immagine di repertorio


Processo sospeso per quasi due anni

Ha avuto vita travagliata il processo, dopo il rinvio a giudizio del giugno 2017, sospeso a marzo 2018 per verificare, su richiesta del difensore Antonella Fiore Melacrinis, le condizioni dell’imputato, vittima di un gravissimo incidente due anni dopo le denunce, in seguito al quale è stato a lungo in coma, che gli ha lasciato dei vuoti di memoria.

Dopo una lunga sospensione, il 19 gennaio 2020 è arrivato il via libera della psichiatra Cristiana Morera, secondo la cui perizia il giovane si era ripreso e poteva stare a processo. Solo il 24 ottobre di due anni fa sono stati sentiti i primi testimoni. 


Vittima costretta alla convivenza

Il presunto aguzzino, dopo una prima denuncia seguita da un’apparente riconciliazione, avrebbe costretto con botte e minacce la parte offesa a trasferirsi da lui, la avrebbe tenuta reclusa in casa e privata del telefonino.

Fino a quando lei non sarebbe riuscita a mandare una disperata richiesta di aiuto tramite un sms alla madre (“aiuto, mi costringe a vivere con lui”) cui la donna ha risposto “ti portiamo le medicine”. Le “medicine” erano i carabinieri, con cui i genitori, alla luce della precedente denuncia, si sono presentati sotto casa dell’imputato. 


La difesa ha fatto notare come, in base alla testimonianza, sia emersa una brevissima convivenza. La coppia sarebbe stata sotto lo stesso tetto per non più di 10-20 giorni. Abbastanza per fare male, secondo l’accusa, che ha depositato un album fotografico delle lesioni. 


Il drammatico racconto del padre

“Mia figlia all’inizio stravedeva per lui, poi è venuto fuori che aveva un’indole violenta e la menava”, ha detto in aula il padre della presunta vittima, spiegando come nel giro di poche settimane la favola si sia trasformata in thriller.

“Lui era gelosissimo, solo dopo abbiamo saputo che l’aveva costretta ad andare a vivere con lui con le minacce e le aveva anche tolto il cellulare. Minacciava di morte lei e di uccidere anche noi per spaventarla. Lo abbiamo scoperto quando è riuscita a mandare un sms di nascosto alla madre chiedendole aiuto. Allora siamo andati a prenderla coi carabinieri”, ha proseguito. 


Soccorsa dai carabinieri a casa di lui

Uno dei militari della stazione di Vetralla piombati a casa dell’uomo dopo l’allarme dei genitori, verso le due di pomeriggio del 4 marzo 2014, ha confermato: “I genitori ci hanno chiamato dicendo di temere per l’incolumità della figlia e del nipotino e che si stavano precipitando nell’abitazione dell’uomo per portarli in salvo. Al nostro arrivo il piccino era già al sicuro in braccio alla nonna e poco dopo è arrivato sul posto anche il padre. Il bimbo era tranquillo, giocava, correva, rideva. La madre, invece, era in casa con l’imputato in stato di grande agitazione”.

“Mia figlia aveva ematomi e contusioni sul lato destro del corpo, alla coscia e anche alla clavicola. Ci ha detto che lui la picchiava sempre e che una volta l’aveva presa a calci e pugni sulla strada di Tre Croci”, ha proseguito il genitore. 


Imputato denunciato due volte in un mese

Di sicuro c’è che la presunta vittima ha denunciato due volte l’imputato nell’arco di un mese nella primavera del 2014. La prima per lesioni, portando come prova per l’appunto delle fotografie dei lividi e delle escoriazioni che lui avrebbe provocato, ma nessun referto medico. La seconda denunciando due presunte violenze sessuali, una delle quali a storia appena iniziata, che però non le avrebbe impedito di continuare a frequentare la casa del picchiatore-violentatore per altri tre mesi, portando con sé il figlioletto in tenera età nato dalla precedente relazione. Anche se durante il dibattimento è per l’appunto emerso che l’avrebbe costretta.


Articoli: “Mi costringe a convivere con le botte e le minacce”, si salva con un sms alla madre e lo denuncia – Ritrova la memoria persa a causa di un incidente, revocata la sospensione del processo – In coma per un incidente perde la memoria, processo sospeso – A processo per maltrattamenti in famiglia senza un giorno di convivenza…


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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7 agosto, 2022

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