Viterbo – “Ex casermette, rifarle uguali sarebbe soltanto un falso”. E’ il punto di vista di Paolo Pelliccia, commissario straordinario del consorzio biblioteche di Viterbo che gestisce le strutture di viale Trento e di piazza del teatro dove si trova anche l’archivio comunale. Un parere espresso anche sulla rivista del consorzio, “Biblioteca e società”.
Viterbo – Le ex casermette prima della demolizione
Nelle scorse settimane la notizia circolata sulla stampa. Le ex casermette, all’interno del polo universitario Unitus al quartiere Paradiso di Viterbo, tra viale Trieste e la zona di via Genova, a nord est della città, dopo essere state abbattute nell’estate del 2021, dovrebbero essere rifatte seguendo le linee architettoniche precedenti. Questo per quanto riguarderebbe l’esterno.
Viterbo – Il commissario delle biblioteche Paolo Pelliccia
4500 metri quadrati di superficie, rimasti abbandonati per anni. Poi il progetto di recupero a cura dell’Università della Tuscia, proprietaria del complesso. Un intervento di 6 milioni di euro, tre del Miur e tre dell’ateneo. Un finanziamento per demolire e ripartire da zero. Al loro posto, un edificio su due piani. Con auditorium e aule per gli studenti al primo e sale per ricercatori e dottorandi al secondo. L’auditorium dovrebbe avere a disposizione 460 posti, due aule da 240 posti, tre aule da circa 180. Da realizzare anche diversi studi, spazi per gli studenti e per spinoff.
Viterbo – La demolizione delle ex casermette
“L’archeologia industriale – spiega Pelliccia – dice una cosa su tutte: non sia abbatte mai. Innanzitutto. Si modifica semmai l’interno in funzione di ciò che serve. Le ex casermette erano un esempio di razionalismo puro. Abbatterle è stata una scelta singolare. Ricostruirle tali e quali un falso che non garantirebbe affatto quell’atmosfera che un tempo le caratterizzava. Una scelta, quest’ultima, e se così fosse, un po’ strana. Ma da parte della soprintendenza, che ne ha la competenza. Perché questa scelta? – domanda infine Paolo Pelliccia -. Quale il motivo che la giustifica? Perché invece non terminare lavori già iniziati e lasciati lì, abbandonati a sé stessi, come ad esempio il recupero della chiesa di Santa Maria in gradi all’interno dell’omonimo complesso universitario?”.
Daniele Camilli
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