Violenza di genere – Foto di repertorio
Viterbo – (sil.co.) – Ex sindacalista di banca in pensione rinviato a giudizio per stalking perché avrebbe reso impossibile la vita alla stessa ex collega 48enne, mamma di un minore disabile e che per questo usufruisce della 104, per cui è stato già condannato per diffamazione aggravata lo scorso maggio.
I fatti contestati vanno da aprile 2019 a febbraio 2022. A marzo dell’anno scorso la 48enne, dopo 18 anni in banca, non ce l’avrebbe fatta più e si è licenziata.
Il gup Savina Poli, rinviando a giudizio l’imputato, difeso dall’avvocato Donatella Casini del foro di Firenze, ha fissato alla prossima primavera la prima udienza del processo, davanti al giudice monocratico Ilaria Inghilleri.
Parte civile la presunta vittima, con l’avvocato Giuseppe Picchiarelli, dal quale è stata assistita anche nel processo che si è concluso lo scorso 16 maggio davanti al giudice di pace con una condanna per diffamazione aggravata a 300 euro di multa, al pagamento delle spese e al risarcimento dei danni da quantificare in sede civile.
L’ex bancario ed ex sindacalista, a distanza di quattro mesi, è comparso questo mercoledì davanti al gup del tribunale di Viterbo, che ha disposto il rinvio a giudizio per stalking come chiesto dal pm Massimiliano Siddi che ha coordinato le indagini.
Atti persecutori che il settantenne avrebbe messo in atto “mediante un complesso sistematico ed abituale di violenze psicologiche”, ingenerando nella parte offesa “un grave e perdurante stato d’ansia ed un fondato timore per l’incolumità personale propria e dei prossimi congiunti, costringendola a modificare le normali abitudini di vita, segnatamente a rinunciare a recarsi da sola a prendere i propri figli a scuola per timore d’incontrarlo nei pressi del plesso scolastico, ad effettuare cicli di psicoterapia a seguito dell’insorgere in lei di istinti suicidari, a limitare le uscite da casa, ad adottare misure stringenti per la salvaguardia della privacy nei social network ai quali era iscritta e, da ultimo, a lasciare il lavoro”.
L’avvocato Giuseppe Picchiarelli
Nelle carte dell’inchiesta viene sottolineato come, “facendo leva sulla propria posizione di ex rappresentate sindacale di una filiale dell’istituto bancario presso il quale era impiegata la parte offesa, metteva in atto una lunga serie di condotte vessatorie nei confronti della predetta, al fine di screditare l’operato agli occhi dei colleghi e di minarne la stabilità psicologica, consistite nell’inviare un’innumerevole quantità di missive dal contenuto gravemente molesto agli indirizzi di posta elettronica dei succitati colleghi, nonché nel controllare capillarmente le sue abitudini di vita, al punto da farsi trovare sistematicamente presso la filiale (nonostante fosse in pensione dall’anno 2018) e presso l’istituto scolastico frequentato dai figli, ogniqualvolta questa vi si recasse”.
L’impiegata 48enne, dopo 18 anni di lavoro, sarebbe arrivata a pensare di togliersi la vita e poi si è convinta a licenziarsi, a marzo 2022, a causa delle vessazioni subite. Il calvario sarebbe cominciato nel 2019, quando l’imputato, in pensione già da un anno, avrebbe caldeggiato con lettere a direttori e una valanga di mail a colleghi il trasferimento della parte offesa presso un altro sportello dell’istituto nonostante la 104, definendola “soggetto sgradito” agli altri impiegati. Contro di lei, inoltre, l’ex sindacalista ha presentato nel luglio 2020 anche un esposto per truffa allo stato.
“Si tratta di una vicenda estremamente dolorosa poiché siamo di fronte a una forma di violenza, brutalità e vessazione di cui è vittima una lavoratrice, una madre, una donna che è stata costretta a subire condotte violentissime e reiterate che hanno stravolto la propria vita”, torna a dire il difensore di parte civile Giuseppe Picchiarelli.
Tra le contestazioni una relativa al periodo del lockdown. L’imputato, a giugno del 2020, avrebbe inviato a firma “Pasquino” una mail a diverse persone, tra cui tre colleghe dipendenti dello stesso istituto, nella quale avrebbe riportato una foto della parte offesa, assente dal lavoro perché beneficiaria del permessi di cui alla legge 104 per assistere il figlio minore e invalido, esternando frasi offensive della sua reputazione.
A scatenare “Pasquino” sarebbe stata per l’appunto la foto della parte offesa abbracciata al figlio, mentre stanno davanti al computer a fare i compiti in dad, che era stata postata su Facebook dalla vittima accompagnata dalla didascalia, ironica secondo la donna, come si evince dal contesto, “mi rilasso in 104”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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