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Partito democratico - Alessandro Angelelli interviene nel dibattito attaccando la dirigenza e chiedendo al partito di avere il coraggio di cambiare

“Basta con l’arroganza dei nostri dirigenti”

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Alessandro Angelelli

Alessandro Angelelli

“Bisogna avere avere il coraggio di abbandonare l’apparato”.

Esplode la polemica interna al Partito democratico che continua a perdere colpi. Dopo che Alessandro Dinelli, vicesegretario del partito, ha chiesto alla segreteria di presentarsi dimissionaria e le dimissioni di Serenella Ranucci a coordinatore del circolo di Valentano, non si placano gli animi. Ieri Dinelli nel corso della direzione del Pd si è dimesso.

Si unisce al coro della protesta anche il consigliere provinciale Alessandro Angelelli che, proprio in occasione della direzione provinciale del partito, ha attaccato la dirigenza che pecca di autoreferenzialità. Un atteggiamento che, per il consigliere provinciale, ha penalizzato portando alla sconfitta.

“Come centrosinistra, abbiamo ottenuto il peggior risultato nazionale di sempre – ha detto Angelelli -. Occhetto andò via per molto meno e Veltroni fu costretto a lasciare con un Pd al 33%. In provincia alla camera dal 2008 abbiamo perso il 37% dei voti”.

Consensi sprecati per l’immagine che il Pd ha dato di sé. “Abbiamo sostituito la ricerca del consenso con quella del controllo del partito, perdendo credibilità. E questo ci ha penalizzato. Un segnale pessimo in questo senso, è stato dato, a livello provinciale con la modalità che ha portato all’elezione del segretario Egidi, frutto di un accordo tra due minoranze che hanno sostituito il legittimo vincitore e cioè Panunzi, che da solo ha sfiorato la metà dei consensi. Ora ben venga l’autocritica di Dinelli, ma ricordiamoci da dove siamo partiti e cosa abbiamo fatto per arrivare a oggi”.

La dirigenza, per Angelelli, è più preoccupata per sé stessa che per gli elettori. “I cittadini ci hanno lanciato segnali di malcontento – ha continuato – che sono stati mal colti o poco considerati. Su tutti le primarie per la scelta del leader del centrosinistra. L’asse che guidava il partito ha perso in tutti i grandi centri nei confronti di chi rappresentava principalmente una speranza di cambiamento e cioè Renzi. Con i nominati calati dall’alto abbiamo avuto credibilità zero”.

Per Angelelli è stato progressivamente indebolito il rapporto tra rappresentante e rappresentato. “Oggi chi rappresenta il Pd? “Italia Bene comune”, ma bene di chi? Il dubbio dei cittadini, per me è stato che il bene fosse quello dell’apparato del Pd e dell’incarico ricoperto. I finanziamenti pubblici hanno sostenuto gli apparati di partito che hanno gestito potere e dettato la linea politica, anche attraverso l’uso delle truppe cammellate. La classe dirigente, quindi, si è preoccupata della sua autorigenerazione, piuttosto che capire i bisogni e le volontà degli elettori”.

Uno dei mali per Angelelli è la politica di professione. “Ritengo assolutamente necessario il concetto di una rappresentanza a tempo determinato per ricostruire il rapporto con l’elettore e lasciare spazio a volti nuovi“.

Per Angelelli continuare a confondere unanimismo con unità ha condannato lo schieramento alla sconfitta.”Al Pd serve coraggio, altrimenti si muore di conservatorismo”.

Secondo il consigliere provinciale ci sono delle vie d’uscita. “L’unica soluzione è il congresso provinciale in concomitanza con quello nazionale. Se Bersani si dimette bisogna far coincidere il congresso provinciale con quello nazionale senza aspettare la naturale scadenza. Bisogna poi abbandonare l’arroganza che contraddistingue la nostra classe dirigente che è insopportabile nei vincitori grottesca negli sconfitti e smetterla di pensare che gli elettori che non ci votano sbagliano. Dobbiamo prendere atto dei nostri errori e non riproporre quel complesso di superiorità tipico della sinistra italiana“.

Angelelli chiede di lanciare segnali. “Basta alle logiche di corrente – ha concluso – serve scegliere di volta in volta con la propria testa, senza paura. Bisogna osare e avere il coraggio di abbandonare l’apparato e tornare a fare politica tutti sullo stesso livello, per piacere e per passione, togliendo del tempo al proprio lavoro e non facendone il proprio lavoro. Innovare o morire, perché di questo parliamo. O lo facciamo, tutti insieme, o siamo destinati a un ruolo marginale nel sistema politico dei prossimi anni”.


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22 marzo, 2013

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