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Bimbo ingerisce metadone - Genitori a giudizio per omicidio colposo - Il pm Stefano D'Arma: "Dramma più umano che penale"

“Il piccolo Rocco poteva salvarsi”

di Stefania Moretti
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Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D'Arma

L'accappatoio del piccolo Rocco

L'accappatoio del piccolo Rocco

Le siringhe sequestrate in casa della coppia

Le siringhe sequestrate in casa della coppia

Uno dei flaconi di metadone mostrati in conferenza stampa dai carabinieri

Uno dei flaconi di metadone trovati in casa

“Il piccolo Rocco poteva salvarsi. Sarebbe bastato portarlo prima in ospedale”.

Il pm Stefano D’Arma ne è convinto. Tra l’ingestione della dose letale di metadone e la morte del bambino passa poco più di un’ora. Un tempo per l’accusa sufficiente a impedire che il cuore di Rocco si fermasse per sempre, a soli quattordici mesi.

Per i genitori Giulio Pellegrini e Beatrice De Leva, il magistrato chiede la condanna a un anno e mezzo per omicidio colposo. Una requisitoria appassionata e stringata, che parte da quelli che il pm chiama “dati di fatto”.

Il primo è che a stroncare Rocco è un’overdose da metadone. Il secondo, è il fattore tempo. Trascurato, eppure decisivo. “Lo dicono i consulenti tecnici ascoltati in aula – sottolinea il magistrato -. Rocco beve il flacone. Nessuno si accorge di niente. Gli danno il latte e lo mettono a dormire”. E’ così che si perdono minuti preziosi. Ma c’è di più: il padre Giulio si accorge subito della bottiglietta di metadone a terra. Lo dice prima di lasciare la parola al sostituto procuratore: “Ho preso Rocco e l’ho baciato, per capire se l’aveva bevuto. Mi sarei accorto se aveva preso qualcosa. Era la luce dei miei occhi“. Ma D’Arma scuote la testa. “Non si può. Non si può. Dovevano prenderlo e portarlo in ospedale”.

L’approccio del pm è scientifico. Scandisce in quattro punti le “gravissime mancanze dei genitori”. Al primo posto, “i flaconi mal custoditi, in una casa pericolosa, con siringhe e boccette dappertutto”. Poi il “tappo del flacone lasciato aperto, perché era impossibile che Rocco potesse svitarlo da solo”. Ha inciso anche la “negligenza dei genitori, che non si sono accorti che il piccolo aveva preso il metadone”. E, infine, “il trasporto tardivo all’ospedale di Ronciglione, dove Rocco arriva agonizzante”.

Trenta minuti di requisitoria tagliente. Ma col pensiero sempre rivolto al dolore di un padre e una madre. “Il vero dramma di questa vicenda non è penale, ma umano. Mi scuso, se quello che ho detto può essere stato sgradevole, ma andava detto. La tragedia non è stata la tossicodipendenza, ma l’incapacità dei genitori di gestirla“.

Per la coltivazione di marijuana e la ricettazione di documenti, l’accusa ha chiesto complessivamente la condanna della coppia a sedici mesi e 3mila 300 euro di multa.

Chiesta, invece, l’assoluzione dal reato di cessione di piccole dosi di stupefacenti. Sia per la coppia, sia per il terzo imputato, un conoscente accusato di aver dato una dose di hashish ai genitori di Rocco.

Parola alle difese all’udienza dell’8 maggio.

Stefania Moretti


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21 marzo, 2013

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