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Processo Kunta Singh - Un anno di reclusione al presunto complice

Lavoratori come schiavi, imprenditore condannato a sette anni

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L'aula bunker di Rebibbia

L’aula bunker di Rebibbia

L'avvocato Samuele De Santis

L’avvocato Samuele De Santis

Sette anni per aver ridotto in schiavitù cinque lavoratori indiani. 

E’ la pena comminata a Lucio Tombini, imprenditore di Tarquinia processato per riduzione in schiavitù e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

La sentenza è arrivata dopo due ore e mezzo di camera di consiglio. Alle 15, la Corte d’assise di Roma, presieduta da Evelina Canale, ha sciolto le riserve e letto il dispositivo nell’aula bunker del carcere di Rebibbia. 

Sette anni a Tombini e uno a Singh Balwinder, l’indiano presunto intermediario tra i suoi cinque connazionali e l’imprenditore tarquiniese che li aveva assunti nella sua azienda agricola. Balwinder, assolto dalla riduzione in schiavitù, è stato condannato solo per l’ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: secondo i giudici avrebbe aiutato i cinque lavoratori clandestini a restare in Italia. Nella sua requisitoria, il pm Tiziana Cuggini aveva chiesto pene ben più severe: sedici anni a Tombini e dieci a Balwinder.

Per i due imputati, le manette erano scattate nell’estate 2011. Dall’indagine della polizia di Tarquinia, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, erano emerse le condizioni di lavoro disumane cui erano sottoposti i cinque: turni massacranti di quattordici ore al giorno per cento euro mensili. Il loro alloggio era una stalla sporca e piena di topi, con un secchio come bagno e senza riscaldamenti. 

Un quadro accusatorio che le difese hanno cercato di smontare punto per punto, definendo inesistente l’ipotesi di riduzione in schiavitù formulata dagli inquirenti. Per gli avvocati Giosuè Bruno Naso e Susanna Carraro, la vicenda poteva essere al massimo inquadrata nel diritto del lavoro e non in quello penale.

Tombini è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. Dovrà pagare una provvisionale di 30mila euro all’unico dei cinque lavoratori costituito parte civile e arrivato fino alla fine del processo. Gli altri avevano trovato un accordo con gli imputati.

“Il mio cliente è andato fino in fondo perché ha creduto nella giustizia – afferma il suo avvocato Samuele De Santis -. Siamo soddisfatti di questa sentenza che riporta al centro la dignità umana”. Il risarcimento al 30enne indiano sarà stabilito in sede civile.

Le difese annunciano già l’appello.


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24 ottobre, 2013

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