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Piattaforma Altolazio 2.0 - La forza del racconto per rendere "appetibile" la terra degli etruschi, del medioevo, di Fellini e Pasolini

Viterbo e Tuscia da leccarsi i baffi, ma Nonna Papera dov’è?

di Antonello Ricci

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Antonello Ricci

Antonello Ricci

Viterbo - Quartiere San Pellegrino

Viterbo – Quartiere San Pellegrino

Nonna Papera

Nonna Papera

Viterbo – Ho letto con interesse l’articolo Quando il mare bagnava il palazzo Papale o della piattaforma Altolazio 2.0.

Vi ho ritrovato con piacere – ma anche con comprensibile dose di disamoramento – molti dei nodi su cui ci andiamo interrogando ormai da anni. Troppi anni.

Mi viene quindi naturale dire la mia.

Sarò breve, lo giuro! (Non è vero: spergiuro).

La mia prima considerazione riguarda un clamoroso squilibrio: sembra latitare qualcosa nella sfacciata contraddizione tra le ricorrenti litanie sulle straordinarie potenzialità e vocazioni di questi nostri paesaggi viterbesi e il clamoroso deficit di indotto turistico-culturale ad essi relativo.

Questo qualcosa a me pare che sia – detto in parole povere – nient’altro che capacità e consapevolezza di racconto: da una parte racconto inteso in senso progettuale istituzionale e imprenditoriale; dall’altra il racconto socialmente condiviso che una comunità insista a narrare di sé: da un lato a sé stessa (noi “indigeni”) dall’altro agli “altri” (turisti eccetera).

Perché non c’è territorio che sappia sublimarsi in paesaggio in assenza di una narrazione pubblica e condivisa che riesca a imporlo all’attenzione sociale (“aborigena” e altrui).

A mio avviso Viterbo e la Tuscia si ritrovano nel cronico (quanto patetico) lamento di coloro che sembrano dannati a saperla – forse – lunga: ma certo non sanno proprio raccontarla. Così che nessuno ci sta mai a sentire. E noi restiamo Atlantide infeconda. Mentre nostri splendidi paesaggi regrediscono inesorabilmente a puro territorio le cui potenzialità restano incatenate a disattenzione e indifferenza. No, peggio: essi scoloriscono fino a rischio oblio ed estinzione.

Da questo modesto teorema discende un semplicissimo corollario: per accreditarsi nel “mondo”, ogni comunità deve trovare prima o poi il coraggio di eleggere un proprio racconto di sé, una propria immagine peculiare (possibilmente inconfondibile) da tramandare-propagandare attraverso luoghi e generazioni, mediante specifiche quanto esplicite scelte di strategia auto-promozionale.

In genere è la storia stessa a farsi carico di una tale decisione in nome e per conto della comunità (pensiamo a città quali Siena Parma Bolzano). In questi casi tutto è più semplice. Ma quando la storia preferisce restarsene zitta zitta, tocca alla comunità di rimboccarsi le maniche (popolo, istituzioni, imprese): nessun altro lo farà al posto suo.

In questo senso due questioni sono sotto gli occhi di tutti: dalla storia, Viterbo e la Tuscia non hanno ricevuto alcun sigillo inconfondibile, alcuna unzione di marketing. Avrebbero perciò dovuto provvedere da sé (decenni fa, quando ancora di “treni” sembravano passarne a iosa): ma non lo hanno fatto. Non hanno saputo? Voluto? Entrambe le cose? Certo è che oggi Viterbo e la Tuscia sembrano vagare alla deriva, solitarie in mezzo a una folla di incedise rappresentazioni-narrazioni pubbliche di sé.

Molteplici quanto inconcludenti. Si fa il morto a galla – voglio dire – nel caleidoscopio delle mille potenzialità (Etruschi e Falisci? Medioevo? Rinascimento e Barocco? Mondo agro-silvo-pastorale? Sapori-saperi? Set cinematografici illustri? Eccetera eccetera). Ma senza agitare braccia o gambe. E ovviamente nulla si muove.

Questa condizione di molteplicità potrebbe anche valere ricchezze inestimabili – essere salvezza, direbbe il poeta – ma puntualmente, guarda caso, finisce per risolversi in rischio mortale. La verità è che molte (troppe) identità non fanno una immagine definita. Sono anzi un’entropia di visibilità. Dove il vero pericolo non è solo (verso il “fuori” della comunità) un cronico sottosviluppo turistico-culturale. Ma anche (e forse: soprattutto) quello (verso il “dentro” civico-comunitario) di una ulteriore disgregazione e degrado della convivenza civile.

La mia seconda considerazione riguarda la gustosa (in tutti i sensi) metafora suggerita nell’articolo per impostare su nuove basi il discorso su paesaggi e impresa turistico-culturale: l’icona della torta.

È metafora assai azzeccata: così semplice immediata efficace. Mi piace molto, forse anche perché mi ricorda l’analoga idea di paesaggio (e di poesia-lingua) come stratificazione geologica tanto cara a un poeta perdutamente innamorato del paesaggio italiano, Andrea Zanzotto. Con il valore aggiunto però dell’esperienza organolettica: il gusto. Sapore-sapere.

Per quanto di corsa, mi pare inoltre che sia stato ben enucleato e quindi bene imposta all’attenzione dei lettori di Tusciaweb gli ingredienti della tua zuppa inglese “Viterbo-Tuscia”: dal sostrato etrusco, all’intraprendente medioevo, alle delizie rinascimentali, ai ciak della Viterbo-Tuscia luogo-memoria del cinema eccetera.

A questo proposito mi permetto una sola semplice postilla: la torta si assapora nel morso (così: Gnam!). Tutta insieme. Masticando essa solletica le papille gustative e produce il suo effetto. Il manicaretto, voglio dire, non è la semplice somma (o la semplice sovrapposizione: stratificazione-sintassi ragionata, semmai) dei suoi ingredienti.

In altre parola: paesaggio è sintesi-sapore.

Il paesaggio è brusio infinito e inaudito delle vite mani voci storie di coloro che lo hanno modellato e redento nei millenni dal territorio implicito (cioè inconsapevole) che era.

Il territorio di per sé (da solo) non è ancora paesaggio.

Ecco perché dico che i luoghi di per sé (lasciati soli) non bastano a fare paesaggio né (tanto meno) turismo. Se nessuno li interpella. Se nessuno ha la pazienta di ascoltarli davvero. Se nessuno trova coraggio ardore lucidità per raccontarli: essi se ne stanno lì inerti. Rovine mute, prive di senso e di vera appetibilità turistica.

Ecco perché mi ostino a ripetere che il racconto è la sola vera lingua del paesaggio: esso è la musa che scende negli avelli, interroga le urne, poi torna alla luce a renderne partecipe lo spettatore-ascoltatore-visitatore. Il racconto sa quindi fare patrimonio del paesaggio: ricchezza sociale, ricchezza economica. Il resto sono chiacchiere e ipocrisia: da bar, da salotto, da Palazzo.

E qui cade in taglio, infine, la mia terza e ultima considerazione.

Si fa bene sull’articolo a insistere sul fatto che dopo decenni di ridicole promesse e sterili auspici è ormai ora di abbandonare le patetiche ignavie politico – istituzionali – amministrative che ci incatenano qui, nell’universo degli atomi: e concentrare le nostre energie per cominciare a smuovere le cose là (o sempre qui?), nell’universo dei bit. Fiduciosi nel fertile feedback che non potrà non derivarne.

A parte ogni altra considerazione d’investimento (soprattutto quella sul virtuoso circolo costi reali/benefici potenziali), il mio consenso alla sollecitazione dell’articolo discende coerentemente dalla visione del mondo (e del paesaggio come patrimonio narrativo) che ho appena esposto.

Soprattutto perché l’universo-bit a me sembra funzionare proprio come il paesaggio (e come il racconto).

A me pare infatti che esso – al di là delle pur immancabili e ingenue attese di palingenesi messianico – mass mediatica – permetta anzitutto di riaggregare certi “focolari” narrativi ormai socialmente dispersi (con inedita visibilità sociale e turistica): una sorta di veglia contadina online – mi si passi la licenza poetica – e quindi world -wide – web: una rete di narrazione condivisa ramificata quanto l’uomo. Rispetto alle cui potenzialità non restano alibi residui per una politica e un’imprenditoria non all’altezza della sfida dei tempi.

Ma anche e soprattutto perché l’universo-bit – con la sua multi-dimensionalità e la ipertestualità delle sue finestre – mi sembra funzionare proprio come il paesaggio: ciascun piano-racconto distinto da ciascun altro ma a tutti essi “simpatico” e compresente e – con essi – indissolubilmente conglomerato. Ciascuno ingrediente ben ravvisabile, ciascuno strato godibile in sé, ma contemporaneamente necessario al vero gusto insieme con tutti gli altri.

Perché è vero che la torta è fatta di ingredienti. Ma ci piace davvero solo quando sia stata bene ammannita condita cotta sfornata: in altre parole, cucinata.

Insomma: le bellezze di Viterbo e della Tuscia meritano senz’altro una cottura da leccarsi i baffi. Ma Nonna Papera dov’è?

Antonello Ricci


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26 luglio, 2014

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