Terni – Furti nelle abitazioni, arrestati dieci albanesi (video).
Avevano messo a segno una cinquantina colpi nel ternano, ma anche nella Tuscia, in particolare Soriano nel Cimino e Vasanello.
I componenti della banda sono finiti nella maglie della polizia di Terni, che nell’operazione Milot, dal nome di una città albanese, ha impiegato cinquanta agenti, due unità cinofile e uno elicottero.
I dieci sono accusati di associazione a delinquere, furto in abitazione, ricettazione, spaccio di sostanze stupefacenti e sfruttamento della prostituzione.
Da quanto hanno appreso gli agenti, operavano in piccoli centri del ternano e del viterbese, dove la presenza della forze dell’ordine è meno numerosa: Narni, Sangemini, Acquasparta, Montecastrilli, Soriano nel Cimino e Vasanello, prediligendo case isolate e condomini in periferia.
Cinquanta i furti accertati messi a segno tra dicembre 2014 e gennaio 2015, e almeno 100 quelli ancora da attribuire.
I ladri agivano con l’oscurità, in fretta, forzando serrande e finestre, entrando nelle case, chiudendo a chiave la porta di ingresso dall’interno, arraffando ogni oggetto di valore, dai gioielli ai computer, non disdegnando in alcuni casi i vestiti, per poi fuggire.
La maggior parte del bottino viene venduto, di questo si occupa l’unica donna arrestata, il resto è inviato ai parenti in Albania.
I dieci si aggiungono ad altri cinque fermi, lo scorso 30 dicembre,
Le indagini hanno preso l’avvio da un normale controllo all’aeroporto di Fiumicino. A metà novembre, un albanese, residente a Terni e diretto a Dublino, mostra in uscita una carta di identità italiana.
La polizia di frontiera si accorge subito che in quella carta c’è qualcosa che non va: è valida, ma rilasciata a una donna. L’uomo ha sostituito la foto e modificato il nome dal femminile al maschile. Era stata rubata un mese prima a Terni, durante un furto.
Gli agenti iniziano a indagare sulle persone legate all’albanese presenti sul territorio, scoprendo che a Terni opera una banda composta da persone dedite in prevalenza a furti in abitazione, ma anche spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, ricettazione.
All’interno del gruppo, i compiti sono chiari: una metà della banda si occupa dei furti e l’altra dello spaccio, entrambe le attività sono portate avanti con dedizione e impegno, tanto che vi fanno riferimento sempre con il termine “lavoro”.
“Sei andato al lavoro oggi?”, chiede uno in una telefonata, “Si, risponde l’altro, abbiamo fatto Bingo!” e un padre chiede al figlio “Come sono i tuoi rapporti con i colleghi di lavoro?”, “Buoni, papà, va tutto bene”.
Il linguaggio scarno, usato per comunicare al telefono, in stretto dialetto albanese, di difficile comprensione anche per esperti interpreti, volutamente senza nessun tipo di riferimento specifico, ha reso l’indagine complessa, come l’uso limitato di auto e cellulari continuamente scambiati.
Il tenore di vita di questi individui è modesto, senza ostentazione per non dare nell’occhio, ma dalle indagini emerge che quasi tutti stanno ristrutturando o costruendo casa in Albania, costruzioni di ampia metratura e dotate di ogni comfort.
In una telefonata, uno degli arrestati, il più pericoloso di tutti, parla con il padre della cappella di famiglia che stanno ultimando e per la quale hanno già speso una cifra estremamente alta.
L’albanese in questione è un 34enne già arrestato per tentato omicidio nel 2001, quando ancora 20enne, durante una rapina in villa a Bergamo, aveva sottoposto una delle vittime al macabro rituale della roulette russa, con la pistola appena rubata.
Per quel fatto e per altre rapine, commesse in modo analogo, era stato condannato a undici anni di reclusione.
Un altro membro della sua famiglia, un fratello, è l’albanese ucciso nel dicembre 2013 a Brescia da un colpo di fucile sparato dal proprietario di una casa che era andato a svaligiare.
La banda, è formata da tutti uomini e una sola donna per metà clandestini, veri e propri “fantasmi”, persone che sfuggono ad ogni tipo di censimento; gli altri hanno tutti un permesso di soggiorno: giovani cresciuti in Italia e che hanno frequentato le scuole locali, ma totalmente indifferenti alle leggi e alle regole del vivere civile.
Nessuno di loro ha un lavoro, quelli addetti allo spaccio non hanno precedenti penali, mentre alcuni di quelli dediti ai furti hanno riportato condanne e denunce per reati contro il patrimonio, evidenziando una particolare pericolosità sociale.
L’operazione ha avuto un’accelerazione quando gli investigatori hanno avuto la certezza che gli arrestati stavano progettando una rapina in villa, con eventuale sequestro di persona.
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