Viterbo – “Nessuno può escludere che qualcosa sia andato storto…”.
Il magistrato Federico Cafiero de Raho in una lunga intervista al Mattino parla di Carmine Schiavone e della sua improvvisa morte nell’ospedale viterbese di Belcolle.
“Schiavone è stato un collaboratore di giustizia unico, straordinario – dice il pm che per lunghi anni si è occupato del clan dei Casalesi -. Un uomo che con le sue dichiarazioni ha messo a disposizione della giustizia un patrimonio conoscitivo immenso e a lungo custodito nelle stanze segrete di un’organizzazione criminale che nel tempo è stata capace di controllare non solo il territorio ma anche un’intera economia, piegandola ai propri interessi. Con lui se ne va un pezzo di storia della camorra e dell’anticamorra”.
Cafiero de Raho è stato pubblico ministero dal 1993 al 2005 e poi coordinatore della Dda di Napoli. Ora è procuratore di Reggio Calabria. Nella sua carriera più volte ha incontrato Carmine Schiavone e ha seguito tutta la sua storia da boss prima e da pentito poi.
“Sulla sua morte – continua il magistrato – sarà necessario svolgere indagini accurate, perché nessuno può escludere a priori che qualcosa non sia andato per il verso giusto. Naturalmente non ho elementi certi e definiti per esprimere prognosi di valutazione. Ma è chiaro che andranno svolti tutti gli accertamenti che il caso richiede”.
Le parole di Schiavone furono importanti, soprattutto, per smascherare il clan dei Casalesi.
“Schiavone è stato il primo collaboratore di giustizia che ha parlato del clan dei Casalesi descrivendolo per ciò che realmente esso era – conclude Federico Cafiero de Raho -. Il primo ad avere aperto una breccia nel muro di un’omertà profonda. Fino a quel momento nessuno si era effettivamente reso conto di quale fosse la reale forza di questa organizzazione criminale: nessuno poteva immaginare che si trattasse di una cosca capace di controllare una parte importante dell’economia e di influenzare contemporaneamente anche la politica”.
E di quello che Schiavone raccontò sui Casalesi, parla anche Roberto Saviano in un suo articolo su Repubblica.
“Un personaggio ambiguo, contraddittorio, immorale, carismatico – scrive Saviano – che nella vita è stato in grado di fare scelte importanti, coraggiose e di muoversi sempre con furbizia, pronto a compiacere gli interlocutori, rigoroso e dettagliato in tribunale per poi cambiare di colpo registro quando interloquiva con i media dove diveniva generico, iperbolico, più opinionista che testimone. Va studiato con prudenza e attenzione. Da lui è partito il percorso che ha fatto scoprire una delle mafie più potenti del mondo”.
Poi lo scrittore e giornalista, diventato famoso proprio per aver portato alla luce quel mondo, traccia un dettagliato curriculum della sua ascesa nella camorra.
“Il suo soprannome era Carminuccio – ricorda Saviano -, sin da ragazzo tra i fondatori del clan dei Casalesi, fedele a Mario Iovine e Antonio Bardellino, che gli affidò la gestione degli appalti. Opere pubbliche, rapporto con i politici, la filiera del cemento. Prima fascista, poi convinto democristiano sotto l’ala del senatore Francesco Patriarca. Vanesio e violento, spendeva circa 30 milioni di lire al mese, uno yacht, case in diverse città, amanti: eppure riusciva al momento giusto a sparire o a sembrare un altro. Aveva visto cadere uno a uno i suoi maestri e “padrini” ma era sempre stato in grado di stare con i vincenti. Prima muore Bardellino in Brasile, poi Marittiello Iovine in Portogallo, poi “il fuggiasco” De Falco”.
Poi qualcosa va storto e Schiavone decide di cambiare vita e, quindi, di collaborare con la giustizia.
“Qualcosa però un giorno inizia a vacillare – racconta Saviano nel suo articolo -, ma questo succede proprio nell’esatto momento in cui la sua carriera è in ascesa. E lui prima decide di vivere in latitanza, poi incappa di nuovo nei carabinieri e viene esautorato dal cugino Francesco. Alla fine Carmine Schiavone comincia a parlare. Dalle sue dichiarazioni partirà il processo Spartacus. Il lavoro giudiziario è epocale per rigore e prudenza. E il Processo Spartacus svelerà al mondo l’esistenza del clan dei Casalesi: 115 persone processate, esordio nel 1998, chiusura in primo grado nel 2005”.
Infine Saviano si lascia andare ai ricordi e a chi, per lui, era Carmine Schiavone.
“Non piangeranno in molti la morte di Carmine Schiavone – scrive Saviano -. Personalmente però gli devo qualcosa. Lo incontrai quando ancora era nel regime di protezione, i carabinieri mi misero dei microfoni addosso e quelle registrazioni (poi rese pubbliche) mi cambiarono la vita”.
Anche don Maurizio Patriciello, parroco di Caivano, commenta la morte di Schiavone.
“Dobbiamo resistere alla tentazione di maledire, anche dal male si può imparare – ha dichiarato saputa la morte del pentito di camorra -. L’ho sentito al telefono parecchie volte e una volta l’ho incontrato di persona a Roma. Era innamorato di papa Francesco, mi parlava spesso di Dio. Ho avuto l’impressione che si trattasse di un uomo bisognoso di aggrapparsi a qualcosa di buono”.
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