Viterbo – Violentata in una baracca dallo zio del fidanzato. Aveva 16 anni e nessun posto dove andare, dopo essere appena arrivata in Italia dalla Romania. Per Albert Slupecthi, 47enne romeno, scattarono le manette e ieri, dopo cinque anni, la condanna del tribunale di Viterbo.
Sette anni di reclusione per violenza sessuale aggravata e tentata violenza, per l’ulteriore approccio di qualche mese dopo, quando Slupechti avrebbe ordinato alla ragazza di spogliarsi per abusare nuovamente di lei.
La prima violenza risalirebbe a giugno 2010. La 16enne arriva in Italia col fidanzato (oggi diventato il marito); lui viene arrestato e passa alcuni giorni in un centro di accoglienza. Lei è ospitata dallo zio acquisito in un casolare in via Garbini che l’uomo occupa abusivamente. E’ in quella baracca che, secondo l’accusa, la ragazza viene violentata, sotto minaccia di chiamare i carabinieri e farla tornare in Romania. Non basta. C’è un secondo episodio in cui Slupechti, ubriaco, ordina alla ragazza di spogliarsi. Lei fuma una sigaretta dopo l’altra per prendere tempo, in attesa dell’arrivo del fidanzato che torna e la trova in lacrime. Gli racconta tutto e scoppia una lite furibonda, sedata solo dai poliziotti della squadra mobile, che raccolgono la denuncia della 16enne. E’ il settembre 2010: per Slupechti si aprono le porte del carcere Mammagialla.
Ieri, dopo cinque anni, il 47enne ha detto la sua. “Non è mai rimasta sola con me – si è difeso l’imputato -. Li ho ospitati per un po’, poi li ho mandati via perché mi sono ritrovato in casa roba rubata e lei è andata a stare da amici”. Slupecthi nega tutto: la violenza, le avances successive. Lavorava dalla mattina presto fino alla sera tardi. Per il suo avvocato Giuliano Migliorati, è quantomeno anomalo che la 16enne sia tornata a chiedere ospitalità al suo stupratore tre mesi dopo. Secondo la difesa, la ragazza aveva buoni motivi per mentire: né lei né il fidanzato avevano un posto dove andare. Con l’arresto di Slupecthi, si sarebbe liberato un posto per loro alla baracca.
Lei ha sempre evitato di mettere piede in tribunale, riuscendo a schivare persino un accompagnamento coattivo. La sua testimonianza esiste solo nella denuncia e nelle dichiarazioni in questura del settembre 2010. La sentenza è comunque durissima: sette anni, uno in più di quanto chiesto dal pm Fabrizio Tucci che, per la tentata violenza, aveva invocato l’assoluzione. Le motivazioni entro novanta giorni.
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