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Tribunale - Al via col racconto choc delle vittime il processo a un produttore di nocciole dei Cimini che con due complici avrebbe organizzato un feroce pestaggio

“Ci hanno fatto inginocchiare, puntato la pistola e picchiato con una spranga”

di Silvana Cortignani

Viterbo - Il tribunale

Viterbo – Il tribunale

Viterbo – “Ci hanno fatto inginocchiare, puntato una pistola alla fronte e picchiato a sangue con una spranga di ferro”. E’ cominciata così la drammatica testimonianza di un operaio, presunta vittima col cognato di un feroce pestaggio organizzato con due complici da un imprenditore agricolo dei Cimini, produttore di nocciole, suo datore di lavoro, che lo riteneva responsabile di un furto di attrezzi agricoli. 

Il pestaggio si sarebbe consumato all’interno di un capannone e si sarebbe concluso con la coppia costretta a scendere in una buca da meccanico, sigillata con la griglia e una ruspa, in cui sarebbero stati tenuti prigionieri al buio per mezzora. 

I fatti sarebbero avvenuti tra Vasanello, Vallerano e Vignanello. L’imprenditore, nel tardo pomeriggio di lunedì 23 gennaio 2017,  avrebbe attirato l’operaio e il cognato in trappola assieme a un collaboratore, poi l’avrebbe fatto picchiare selvaggiamente da un “terzo uomo”, mai identificato.

Arrestato lo scorso agosto dopo sette mesi, l’imprenditore – rimasto ai domiciliari per un mese e mezzo e attualmente colpito da obbligo di firma e di dimora a Vasanello – è a processo per estorsione e sequestro di persona assieme al “secondo uomo”, quest’ultimo tuttora sottoposto alla misura dei domiciliari nel carcere sardo, dove nel frattempo è detenuto per altra causa. 

Ieri la prima udienza davanti al giudice Giacomo Autizi, con gli imputati difesi dagli avvocati Piergiorgio Manca e Fabrizio Ceccarelli, mentre è Maurizio Filiacci il legale di parte civile. 

Scioccante il racconto delle vittime che, entrate nel capannone, sarebbero state subito aggredite, private del telefonino e delle chiavi dell’auto, quindi costrette dal trio a inginocchiarsi a terra.

“Un terzo uomo a me sconosciuto mi ha puntato una pistola in fronte, proprio in mezzo agli occhi, così forte da lasciarmi il segno – ha spiegato l’operaio – poi ha dato un calcio in testa a mio cognato, quindi il secondo uomo gli ha passato una spranga di ferro, usata per picchiarmi come fosse un manganello, mentre gli altri due lo incitavano a continuare”. 

“Per tutto il tempo minacciavano di cospargerci di benzina e darci fuoco e di andare a prelevare la mia compagna e portare nel capannone pure lei – ha proseguito – a un certo punto, mentre mi colpiva con la spranga tenendo con l’altra mano la pistola che aveva scarrellato, al terzo uomo è partito un colpo, che mi è passato vicino all’orecchio, richiamando l’attenzione di qualcuno, cui hanno detto che non era successo niente”.

“Finito di picchiarmi, quando ero tutto sanguinante, ci hanno rinchiuso dentro una buca da meccanico, l’hanno coperta con la griglia e poi ci hanno messo sopra un bobcat, lasciandoci da soli al buio per una mezzora – ha detto ancora l’operaio – poi sono tornati, ci hanno liberato e mentre scappavamo via ci hanno detto ‘ve ne potete andare, ma tornate domani sera che pigliate il resto'”. 

Oltre all’operaio e al cognato, che ha confermato punto per punto la ricostruzione, è stata sentita anche la compagna dell’uno e sorella dell’altro, che ha prestato alle vittime i primi soccorsi, accompagnandoli al pronto soccorso dell’ospedale Andosilla di Civita Castellana la mattina successiva e a sporgere denuncia dai carabinieri.

“Rischiavano di non tornare a casa – ha detto la donna – mentre rientravano, mio fratello mi ha telefonato per dirmi cosa era successo. Io ho fatto quattro piani di scale correndo e me li sono trovati davanti, mio fratello con la testa gonfia, che teneva a braccia il mio compagno, con il dito di una mano tutto aperto e la testa completamente coperta di sangue. Pensavo avesse il cranio fracassato, invece per fortuna il grosso era sangue rappreso. A mio fratello ho messo il ghiaccio. Lui l’ho lavato, medicato, gli ho messo i cerotti-punto. A entrambi ho dato gli antidolorifi, ma abbiamo passato la notte in bianco per quanto stavano male. La mattina ho chiamato i carabinieri, come mi aveva consigliato di fare subito un amico poliziotto, siamo andati in ospedale e abbiamo sporto denuncia”. 

Un’udienza soffertissima, in un’aula stracolma di pubblico atterrito, davanti al quale le vittime e la congiunta hanno detto e ridetto le stesse cose, pungolati fino allo stremo dalle difese.

Al termine, il giudice Autizi ha rinviato a prestissimo, il prossimo 5 marzo, nonostante la sospensione elettorale, essendo gli imputati sottoposti a misure, per sentire i carabinieri che hanno raccolto la denuncia e svolto le successive indagini.

Silvana Cortignani

 

 

23 febbraio, 2018

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